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LETTURE/ Può il cristiano fare a meno del silenzio?

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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)  Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)

Alla sua base ci può essere, per cominciare, un semplice “pertugio”, al limite anche minimo. Si può ridurre a una fessura angusta, in cui, però, prende pian piano a riversarsi il nutrimento di una intelligenza e di un respiro della ragione capaci di guidarci nel mare delle circostanze in cui siamo implicati. Può bastare un minuscolo punto di sosta, salvaguardato nello scorrere della giornata come regola per il bene di sé. Oppure vengono in soccorso le formule consacrate da una tradizione a volte millenaria, le letture e l’esame su di sé inseriti in uno spazio da ritagliare per concentrarsi su un lavoro che dovrebbe avere la dignità del primato nella nostra esperienza. È una scelta che genera, comunque, l’attaccamento a dei gesti anche molto elementari di memoria: gesti simbolici, di valore esemplare, che hanno la potenza di educarci a vivere l’istante presente come un momento voluto e amato da una Presenza che lo riempie, scavalcandoci da ogni lato.

Più ci si addentra in questa logica del silenzio che si fa scuola di vita, più diventa chiaro che non la si può contrapporre all’adesione piena e entusiasmante al flusso dell’esistenza di cui siamo protagonisti. Il silenzio non è un alibi per evadere dalle responsabilità e ritirarsi dall’azione. Anzi, il silenzio tende a riassorbire in sé, rischiara e riordina il fermento della vita che pulsa. Si carica dei volti, delle domande e dei bisogni che abbiamo incontrato. Aiuta a ricollocare ogni cosa nel suo giusto orizzonte, a giudicare, a possedere senza essere dominati. Diventa, o può diventare (si può desiderare che diventi), un po’ alla volta, lo sguardo con cui ci si misura con i dettagli anche più materiali e impegnativi della propria traiettoria umana. Qui si coglie forse il lato più avvincente della proposta pedagogica di monsignor Camisasca: al centro sta l’introduzione della persona nell’esperienza della preghiera (e del silenzio che la fa vibrare), ma la preghiera è agganciata alla vita intera della persona, agisce e si dilata in essa come lievito che rende nuova la pasta in cui è gettato.

Due brevi citazioni possono essere sufficienti: “Il silenzio è una ‘distanza nel possesso’ che permette di stringere la vita con più verità, di essere più implicati nei rapporti e nelle azioni, più padroni di quello che viviamo. In esso emerge il volto di Colui che possiede ogni cosa, come un amico dimenticato che torna a bussare alla nostra porta e riempie la stanza di un sapore antico e buono. Siamo così condotti alle radici più profonde della realtà, alla verità delle cose e delle persone, alla verginità” (p. 23). E ancora: “Il silenzio vissuto permea tutta la vita, come una luce che, penetrando dalla fessura di una finestra, inizia a riscaldare tutta la casa. A poco a poco cambia il modo di lavorare in ufficio, di preparare la cena ai figli, di ascoltare gli amici. Le parole acquistano una profondità nuova e, attingendo a sorgenti più pure, diventano più essenziali” (p. 25).



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