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LETTURE/ Può il cristiano fare a meno del silenzio?

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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)  Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)

Se “il silenzio ha un influsso su tutto”, si capisce perché Camisasca non si stanchi di sottolineare la “forza trasformatrice” dello sguardo della fede sulla realtà concreta della persona che ama, lavora, studia, fa politica. Nulla ne può rimanere indenne. Tutto può essere rigenerato, dall’interno. Leggendo il volume, siamo aiutati a percepire quali sono i frutti più sostanziosi a cui conduce l’immersione nell’universo della preghiera cristiana. Ammiriamo il suo strutturarsi maturo, secondo il modello della grande preghiera della tradizione della Chiesa, il suo ancoraggio alla fisica oggettività del sacramento, l’intreccio con l’arte del canto, l’inevitabile espandersi della preghiera del singolo nel tesoro della liturgia architettata per perpetuare l’avvenimento di Cristo che si rende incontrabile dagli uomini e li salva.

Ma non ci sarebbero i frutti senza le radici; e queste morirebbero, se private dei succhi che le irrorano muovendo dalle buie profondità della terra. La vita intera dell’uomo è come un albero che si innalza verso il cielo: niente rami, nessuna fioritura, fine di ogni miracolo prodigioso di crescita, quando si tagliano i ponti con il fondamento da cui scaturisce la chimica misteriosa che rinnova senza sosta il ciclo stupefacente della vegetazione. “Occorre la solidità dell’albero, perché sboccino i fiori sul ramo” (p. 78). E non ci può essere albero robusto senza radici nascoste, annodate là dove nessuno le vede. Se si rattrappiscono queste, è inutile poi lamentarsi per la miseria dei frutti.



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