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GRAZIA DELEDDA/ Anche un assassino è capace di fare il bene di tutti?

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La Deledda sa descrivere nei suoi personaggi il dolore per il male compiuto che diventa riconoscimento di una presenza e fecondità di vita e di azione. Leggiamo nel romanzo: «Efix s’inginocchia ma non prega, non può pregare, ha dimenticato le parole; ma i suoi occhi, le mani tremanti, tutto il suo corpo agitato dalla febbre è una preghiera». La stessa realtà sembra rendere gloria a Dio («la luna sbocciava come una grande rosa fra i cespugli della collina e le euforbie odoravano lungo il fiume»). Efix sa che non è solo, perché «donna Ester, la più vecchia, benedetta ella sia», si ricorda «di certo di lui peccatore:» basta «questo perché egli si» senta «contento, compensato delle sue fatiche». La presenza del peccato come prova nella vita, se guardata e accettata, può esaltare la parte più alta e bella dell’umano. La consapevolezza del male compiuto e di quello di cui siamo capaci diventa la possibilità di comprendere che la necessità di una redenzione e di una salvezza non possono che provenire da un Altro. La nostra redenzione inizia già in questa vita, come mostra il vecchio servo Efix.

Nei Malavoglia di Verga dominano la «religione del lavoro», che può essere accettata (come da Padron ’Ntoni) o rifiutata (come dal Giovane ’Ntoni o da Lia), e un rigido fatalismo deterministico, per cui alla fine tutti i personaggi sono dei vinti, anche qualora riuscissero a riscattarsi dal punto di vista sociale, perché non possono davvero cambiare la propria vita, non sono davvero liberi. In Canne al vento, invece, «ogni uomo può assumersi la responsabilità di cambiare le cose. Nonostante la fragilità e il peccato, anche un servo assassino diventa colui che muta le vicende in un bene per tutti» (Maddalena Bertolini). 



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