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LETTURE/ Zubiri ci spiega perché la verità è un incontro

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Sagrada Familia, particolare (Immagine d'archivio)  Sagrada Familia, particolare (Immagine d'archivio)

Per questo motivo, incontrare la verità significa porsi in una condizione di continua ricerca: ciò che s’incontra non può mai essere una verità assoluta propria di un’intelligenza assoluta. Il carattere senziente dell’intelligenza pone l’uomo in una prospettiva di conoscenza parziale e incompleta. Tale carattere di finitudine viene dichiarato da Zubiri con le parole del De Trinitate di Agostino d’Ippona: «Ricerchiamo come ricercano coloro che tuttora non hanno incontrato, e incontriamo come incontrano coloro che tuttora devono cercare, poiché quando l’uomo ha terminato qualcosa, non ha fatto altro se non cominciare». La radicale limitazione della conoscenza umana viene espressa con il carattere formale dell’incontro: l’intellezione razionale incontra la realtà che può coincidere o non coincidere con un abbozzo di possibilità date dall’esperienza.

La ragione vuole conoscere senza mai fermare il suo processo: è una continua ricerca, e non sarebbe tale se non ricercasse incontrando sempre ciò che si è cercato in quanto principio per una ricerca ulteriore. L’incontro conduce, dunque, a una verifica di quanto si è indagato per poi continuare con un’ulteriore indagine. Per questo si può dire che la verità si dà nei termini di una verificazione: «Verificare è incontrare il reale, è un compimento di ciò che abbiamo abbozzato che il reale potrebbe essere: in questo incontro e in questo compimento si fa attuale (facere) il reale nell’intellezione (verum)».

È la realtà, dunque, ciò che è all’origine di ogni tentativo di verificare razionalmente ciò che si è appreso. La ragione compie il suo percorso conoscitivo di verifica a partire dal reale già attualizzato nell’apprensione primordiale di realtà. Per questo motivo il problema della ragione non è mai quello di «verificare se è possibile che la ragione giunga alla realtà, ma proprio il contrario: in che modo occorre mantenerci nella realtà nella quale già stiamo. Non si tratta di giungere a essere nella realtà, ma di non uscire da essa».

Da un punto di vista antropologico, ogni verifica dipende strettamente dagli incontri che accadono nel corso della vita dell’uomo. E questo risulta vero a partire da una mera constatazione biologica: ogni uomo, infatti, è concretamente situato all’interno di tre generazioni, attraverso cui si dà forma concreta a quello che Zubiri chiama il “carattere pubblico della verità”. E che la verità sia pubblica è dovuto, innanzitutto, a un mero fatto naturale, attuandosi attraverso una vera e propria “consegna” tra generazioni: vale a dire, attraverso una tradizione. Ma cos’è una tradizione? Una semplice trasmissione di concetti o di fatti? Certamente una tradizione non sarà mai possibile senza una trasmissione di eventi. E, tuttavia, non si può dire che la tradizione dipenda soltanto da una semplice trasmissione. C’è forse qualcosa di più originario, di più profondo che Zubiri indica con il termine di storicità, intesa non come il semplice trascorrere delle cose poiché, in questo senso, non si avrebbe alcuna dimensione storica degli eventi. La storicità non dipende da ciò che passa, bensì da ciò che rimane. 



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