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PAPA/ Mazzarella: nel suo addio il senso pieno dell'essere cristiano

Il tutt’uno di un momento, parola e cosa. Non un atto di magistero teorico, ma un magistero “pratico”. Il commiato di Benedetto XVI visto da EUGENIO MAZZARELLA

Benedetto XVI (InfoPhoto) Benedetto XVI (InfoPhoto)

Non so se verrò incontro alla cortese richiesta degli amici de ilsussidiario.net di un pezzo di “commiato” a Benedetto XVI che cessa dal suo ministero, oggi che leggete. Un giorno che resterà nella memoria di tutti. Un articolo su quella che considerassi l’eredità intellettuale e culturale più alta di Joseph Ratzinger. Un contributo che prendesse le mosse da un momento o un elemento rilevante, o persino meno appariscente del lavoro o del magistero di Ratzinger nelle sue opere, scritti, omelie, discorsi pronunciati, più o meno recenti. 

Ci ho provato. Senza riuscire a fermare la mente su niente, come se niente si “staccasse” dal continuum di un’opera – quella del teologo, del pensatore, del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, del collaboratore di Giovanni Paolo II, del Papa – che già si impone, lui in vita, lui nostro contemporaneo, nel suo rilievo storico, a sormontare le cronache di questo decennio di cui pure è stato attore fondamentale, di primo rango tra i “grandi” del mondo. 

Eppure avevo letto, studiato, seguito il professore, il teologo, il cardinale Ratzinger, il Papa. Vi avevo anche dedicato un corso universitario: al suo dialogo con Habermas, e al suo presupposto intellettuale, nel percorso di Ratzinger, la fondamentale e modernissima a tutt’oggi Introduzione al cristianesimo; un libro che consiglierei a chiunque voglia introdursi alla sfida oggi dell’essere e dichiararsi  “cristiani”. 

Poi ho capito perché la mia memoria non riusciva a fermarsi su niente, di cose che pure conoscevo e che non poco mi avevano preso, provando a farle mie, a misurarmi con le loro sollecitazioni intellettuali e di magistero. 

No, non erano i troppi stimoli, che provavo a raccogliere (mi ero impegnato a scrivere qualcosa, una richiesta che mi lusingava…), tra cui non sapevo decidermi; era perché la mia memoria era già ferma, fermata nell’inconscio (c’è un inconscio intellettuale? un’idea che si ferma e lavora, mentre provi a passare ad altro…), sul commiato; sul commiato in quanto tale, sul commiato dal magistero petrino annunciato in latino ai cardinali nel Concistoro dell'11 febbraio scorso. 

Il commiato, non il “discorso” del commiato: il tutt’uno di un momento, parola e cosa. Non un atto di magistero teorico (pastorale, teologale o quello che sia), ma un magistero “pratico”, un atto conclusivo e concludente sull’essere cristiano, dell’essere cristiano, che si manifesta al mondo, a quelli d’intorno che stupisce. Su come si fa, come si è, quando si è cristiani. Quando il pensiero è lì su quello e solo su quello, mentre si dice e si fa: sul Maestro presente; presente a giudicare con amore la buona volontà di averLo inteso. Quando il pensiero è lì, agli occhi della Sua approvazione. 


COMMENTI
28/02/2013 - Non io ma Tu (claudia mazzola)

A san Pietro, quando voleva allontanarsi da Roma, Gesù ordinò di tornare indietro. Con Benedetto la Sua Misericordia è immensa e lo lascia andare. Il Papa lo fa per il bene della Chiesa. A me pareva lui il bene della Chiesa, ma ce n'è Uno più grande e Benedetto XVI si inginocchia al Sommo Bene.