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CHESTERTON/ Quella "profezia" sui banchieri di Wall Street

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Il Distributismo, ovvero un’alternativa al capitalismo e al socialismo. Un problema mai risolto, si potrebbe obiettare, quello della “terza via” tra liberismo capitalista e socialismo collettivista, e forse superato dai tempi. In realtà quanto avviene oggi, i segnali di sostanziale fallimento della globalizzazione, ci invitano a riprendere seriamente in considerazione la questione, e una riscoperta del pensiero di Chesterton è quanto mai attuale. 

Chesterton e i suoi amici distributisti avevano identificato nello “Stato servile”, capitalista o marxista è indifferente, l’asservimento dell’uomo allo Stato o al proprietario, e alle loro pretese.

Al contrario, secondo il Distributismo, le persone dovrebbero essere messe in grado di guadagnarsi da vivere senza dover contare sull’uso della proprietà altrui. Esempi di persone che si guadagnano da vivere in questo modo sono gli agricoltori che possiedono la loro terra e le relative macchine (oppure in consorzio con altri agricoltori); gli artigiani che possiedono i loro strumenti, e che attraverso essi possono sviluppare il loro talento e la loro creatività. Il Distributismo prevedeva inoltre un approccio corporativo, o cooperativo, che prevedeva la co-proprietà di comunità locali più grandi di una famiglia, ad esempio, partner in un business oppure in un consorzio, pur sempre permanendo in una forma di indipendenza aziendale.

Il Distributismo, inoltre, prevedeva l’eliminazione, o una profonda rielaborazione, del sistema bancario, con un ruolo molto diverso dei governi in campo economico, ad esempio tramite accordi fiscali con tali piccole (se non piccolissime) imprese, finalizzati all’incentivazione della fiducia delle banche nei confronti dei creditori fruitori del credito sociale e dello sviluppo della fiscalità monetaria.

Utopie? In realtà Chesterton non fa che richiamarsi esplicitamente a quei principi di dottrina sociale cattolica che affondano le proprie radici nell’esperienza benedettina (Ora et labora) ed espressi modernamente in diverse encicliche papali. 

Chesterton e i distribuisti ritenevano che ogni autorità, nella famiglia, nel negozio, nell’azienda, nella regione, nello stato non esiste mai, in nessun caso, a beneficio di coloro che la posseggono e ne fanno uso. Nessun padrone ha il diritto di sfruttare un solo uomo. Eppure ogni epoca, nota Chesterton, ha cercato di produrre una sua versione della tirannide e dello schiavismo. Il governo deve governare, ma mai divenire un tiranno; i governati devono obbedire, ma non devono mai adattarsi a divenire schiavi.

Il fondamento della libertà – a differenza di quanto recitano le diverse ideologie da duecento anni −  sta in Dio. Dimenticare che Dio è l’unica fonte di autorità è un cominciare ad offrire a Cesare quel che è di Dio, venerare la Bestia dell’Apocalisse e adorare ciò che desidera primeggiare.

Il vero dramma della modernità, pertanto, sta nella scelta tra Dio e gli idoli, tra la civiltà cristiana e il nuovo paganesimo che adora potere, denaro e lussuria. 



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