BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LUZI/ La realtà delle cose ha battuto Pasolini

Pubblicazione:

Mario Luzi (InfoPhoto)  Mario Luzi (InfoPhoto)

E quando nel 1963 pubblica la prima edizione di Nel magma, molti nel mondo dell’avanguardia e di un esausto neorealismo fremono di piacere e di sorpresa: vittoria, abbiamo piegato il vate! Leggiamo infatti le sue nuove poesie e troviamo versi lunghi dall’andamento apparentemente prosastico, il tipico cantato luziano costantemente spezzato, l’io parlante immerso, quasi travolto, nelle cose e non osservatore al loro margine. E poi le parole! Parole come «ronzio», «transistor», «radio», «Eichmann». Più realtà, più realtà, il vate si è piegato! Ha capito il suo errore e adesso si mette a rincorrere, tentando di essere come al solito il primo della classe, il più avanguardista di tutti!

Basta però leggere la poesia iniziale, Presso il Bisenzio, per accorgersi come tutto questo non sia vero. Quella di Luzi non è una resa, né letteraria né tantomeno ideale. I suoi versi lunghi sono sempre modellati sul ritmo dell’endecasillabo, del settenario e dell’alessandrino, quegli stessi moduli musicali che egli adotta in fogge innumerevoli lungo tutti i suoi settant’anni di carriera. Il ritmo e la linea melodica, rispetto al solito, sono più simili a quelli di una suite che non a quello di un lieder, più Pink Floyd che Beatles, ma è sempre musica, altissima musica e quanto alle parole, beh, quando uno sa dirle, quasi non conta il loro suono, ma come le si fa suonare (ricordiamo con cosa Dante fa rimare «trangugia»…)

Non è una resa letteraria, quindi. Tantomeno è una resa ideale. Al contrario, nella narrazione breve che la poesia rappresenta è condensata tutta la polemica di quei nove anni, tutto il sangue amaro e il dolore per le accuse di astrattezza e di scarso impegno sociale. C’è tutta la certezza che io e te siamo sulla stessa barca e viviamo lo stesso desiderio – più realtà – ma tu hai bisogno di odiarmi e non sai farlo, io invece ho bisogno di amarti e non so farlo. 

La poesia ci porta subito in medias res, lungo una gora annebbiata in una sera di gelo. Da questo scenario, si fanno incontro a Mario, la voce che parla, «quattro/ non so se visti o non mai visti prima». Il primo approccio è un atto di accusa e di esclusione. La colpa? Spiritualismo: «Uno, il più lavorato da smanie e il più indolente,/ mi si fa incontro, mi dice: “Tu? Non sei dei nostri./ Non ti sei bruciato come noi al fuoco della lotta/ quando divampava e ardevano nel rogo bene e male”». È un dialogo apparente, in cui all’incalzare dell’accusatore Mario risponde frasi brevi e apparentemente fuori centro, così apparentemente fuori centro da fare innervosire l’interlocutore: «“Ci fu un solo tempo per redimersi” qui il tremito/ si torce in tic convulso “o perdersi, e fu quello”».



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >