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LUZI/ La realtà delle cose ha battuto Pasolini

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Mario Luzi (InfoPhoto)  Mario Luzi (InfoPhoto)

Insoddisfatto, l’accusatore lascia cadere il discorso e si allontana seguito dai suoi. Ma il più giovane e il più santo dei quattro non resiste e si attarda insieme a Mario, ansioso di capire il perché di una distanza che lo corrode. Ed è in questa scena meravigliosa che si rivela tutta l’astrattezza degli accusatori e la concretezza estrema di Mario. Si comincia con la ripetizione dell’accusa, che per la prima volta viene formulata in modo chiaro: «“O Mario” dice e mi si mette al fianco/ per quella strada che non è una strada/ ma una traccia tortuosa che si perde nel fango/ “guardati, guardati d’attorno. Mentre pensi/ e accordi le sfere d’orologio della mente/ sul moto dei pianeti per un presente eterno/ che non è il nostro, che non è qui né ora,/ volgiti e guarda il mondo come è divenuto,/ poni mente a che cosa questo tempo ti richiede,/ non la profondità, né l’ardimento/ ma la ripetizione di parole,/ la mimesi senza perché né come/ dei gesti in cui si sfrena la nostra moltitudine/ morsa dalla tarantola della vita, e basta». 

Vivi e lascia vivere, pensiamo alle cose vere, dice il giovane compagno. Proprio mentre lo dice, tuttavia, alla sua anima sensibile, non ancora fatta dura come quella dei suoi sodali, sfugge di bocca la vera radice dell’accusa, il vero scandalo: «Tu dici di puntare alto, di là dalle apparenze,/ e non senti che è troppo. Troppo, intendo,/ per noi che siamo dopo tutto i tuoi compagni,/ giovani ma logorati dalla lotta e più che dalla lotta, dalla sua mancanza umiliante”». A questo «sacco doloroso» che il ragazzo vuota ai suoi piedi, all’ansia logorante per la lotta, anzi per la sua umiliante mancanza, Mario non può rispondere altro che della propria lotta, della propria fedeltà a se stesso («“Lavoro anche per voi, per amor vostro”») mentre il suo giovane amico, come il giovane ricco del racconto evangelico, si lascia risucchiare triste dalla folla: «“O Mario,/ com’è triste essere ostili, dirti che rifiutiamo la salvezza,/ né mangiamo del cibo che ci porgi, dirti che ci offende”».

La scena incalza e volge al suo culmine, finché la risposta di Mario fa scoppiare in lacrime il ragazzo che fugge via: «“O Mario, ma è terribile, terribile tu non sia dei nostri”». Mario rimane solo «a misurare il poco detto,/ il molto udito», a meditare sul triste destino suo e degli altri protagonisti di questo incontro, quello di «convivere in uno stesso tempo e luogo/ e farci guerra per amore». Ma è in questa apparente disfatta, in questo apparente fatalismo che spunta invece la ragione della speranza: non il divenire delle cose e della storia, ma l’esserci delle cose e della storia. La certezza cioè che a noi qui e ora non sia dato altro che agire e guardare, agire e pregare, incamminati lungo un senso la cui presenza è già intuita nella presenza stessa del mondo: «“Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro,/ mi dico, potranno altri in un tempo diverso./ Prega che la loro anima sia spoglia/ e la loro pietà sia più perfetta”».

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