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STORIA/ Primo Mazzolari: perché "cattolico e destra non sono più sinonimo"?

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Primo Mazzolari (1980-1959) (Immagine d'archivio)  Primo Mazzolari (1980-1959) (Immagine d'archivio)

«Adesso» avrebbe poi ripreso le pubblicazioni nel novembre successivo, con editoriali dello stesso Mazzolari sotto pseudonimo, fatto che però non passò inosservato alle attenzioni del Sant’Uffizio, il quale nel 1954 avrebbe addirittura vietato al prete lombardo di predicare al di fuori della propria parrocchia, in particolare intimando all’ordinario locale – come si ricorda in una collettanea di studi a lui dedicata da Arturo Chiodi del 2003 – di impedirgli «di scrivere e dare interviste su materie sociali». 

Il sacerdote cremonese non fu comunque mai domo nel suo impeto predicatorio e, nonostante l’ammorbidimento del personale “embargo” ecclesiastico (conseguente alla concessione di poter riprendere la predicazione in diocesi), avrebbe dichiarato nel successivo 1956 che «cattolico e destra non sono più sinonimo», dopo aver diffuso in via anonima ma riconoscibile un pamphlet dal titolo emblematico: Tu non uccidere, poi fatto ritirare dallo stesso supremo dicastero vaticano. È questo il manifesto del pacifismo di Mazzolari – come bene illustrato in una recente collettanea curata da Paolo Trionfini –, piena testimonianza della sua concezione “attivistica” del cristianesimo (lo aveva introdotto sottolineando che «…non basta essere i custodi del verbo di pace, e neanche uomini di pace nel nostro intimo, se lasciamo che altri − a loro modo e fosse pure solo a parole − ne siano i soli testimoni»). Allora forse non fu capita l’intenzione, e il volume sarebbe stato ripubblicato postumo solo nel 1967. 

Gli ultimi anni dovettero finalmente risultare di conforto per il parroco lombardo circa la retta considerazione delle sue intenzioni nelle battaglie sociali intraprese, in particolare quando trovò ascolto presso il nuovo arcivescovo di Milano, il cardinale Giovanni Battista Montini, che lo invitò nel novembre del 1957 per predicare alla “Missione di Milano”; a lui avrebbe confidato due anni dopo: «mi fu tolta la parola e la penna per un “filocomunismo” che nessuno ha mai potuto provare, perché smentito dai fatti» – e spesso Mazzolari dovette lamentarsi che le posizioni che gli venivano attribuite non rispecchiavano il suo vero e profondo pensiero. Si può qui intravedere un destino singolarmente comune per i due uomini di Chiesa lombardi: anche al futuro Paolo VI sarebbe in seguito stata attribuita un’attitudine “progressista” nel suo esercizio pastorale (pure senza aver riscontrato le reprimenda di cui venne fatto oggetto don Primo), oggi peraltro messa in discussione da diversi studi:  basti qui ricordare la condanna dell’arcivescovo di origini bresciane delle tendenze filosocialiste delle Acli milanesi, espressa senza mezzi termini in una sua accorata e severa lettera rivolta ai dirigenti del movimento, il 15 maggio del 1960.

L’anno precedente al pronunciamento di Montini, l’ultimo per lui di vita terrena, il parroco di Bozzolo avrebbe ottenuto un’ulteriore preziosa consolazione rispetto al suo impegno pastorale: il 5 febbraio fu ricevuto dal nuovo pontefice, Giovanni XXIII, che lo definì senza mezzi termini: «tromba dello Spirito Santo in terra mantovana»; il bergamasco Roncalli – un altro grande uomo di Chiesa la cui testimonianza dopo la morte ha subito anche forzature interpretative in senso “politico” circa il suo presunto “progressismo” – avrebbe voluto incontrarlo ancora, con udienza fissata per il 18 aprile successivo, ma don Primo non vi poté arrivare, morendo il 12 dello stesso mese, presso la casa di cura S. Camillo di Cremona.



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