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LETTURE/ Quella "teoria" che può salvare l'Europa in bancarotta

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Impegnati nelle sfide non meno gravi della ricostruzione dell’ordine post-bellico sulle macerie dolenti della hybris nazionalista, tutti questi autori (da Eucken a Böhm, da Muller-Armack a Lutz) mantengono ben chiara – pur nelle diverse sensibilità scandagliate alla perfezione dal saggio di Viktor J. Vanberg qui opportunamente riprodotto come epitome della nouvelle vague storiografica sul tema – la necessità di tutelare il cittadino consumatore dalle pretese onnivore della burocrazia welfarista giustificata in quegli anni da una pubblicistica mainstream d’impronta anglosassone che pareva aver obliato la lezione realmente liberale dell’illuminismo scozzese. 

Il punto dolente, ieri come del resto al giorno d’oggi, è dato dal peso dell’istituto della rendita non solo all’interno della teoria economica ma della stessa cultura e prassi politica del Continente: in una parola, della costituzione materiale delle giovani e fragili (al momento forse esauste e traballanti) democrazie europee. Esse inquadrano cioè la rendita come il contraltare dialettico della concorrenza, intesa naturalmente, alla luce del principio di sussidiarietà di matrice cristiana, come sana competizione ma anche come libero sforzo di cooperazione tra tutte le sfere dell’azione umana. Dalla rendita originano i monopoli, ovvero quella forma di gestione centralistica ed escludente del potere, che comprime le libertà individuali ancor prima che i meccanismi del mercato (cfr. pp. 99 e ss). 

Quanto alle prime, è per lo meno curioso osservare che sia uno studioso come Walter Eucken, figlio del filosofo idealista di Jena e premio Nobel Rudolf, e non l’ultimo sacrestano tradizionalista, a connettere esplicitamente il movimento di progressiva concentrazione nello Stato di qualsiasi competenza a decidere sulla vita personale e associata dei cittadini/sudditi al parallelo diffondersi, già a partire dalla Modernità, di una filosofia nichilista tra le élites e le popolazioni europee, sino al ribaltamento de facto dell’imperativo categorico kantiano per cui “l’apparato diviene lo scopo, l’essere umano lo strumento” (p. 47). 

Quanto ai secondi, è peraltro doveroso notare come non sia minimamente in questione l’adorazione di quel feticcio del laissez-faire smarritosi nelle fumose contraddizioni del libertarismo fino a diventare, con Rothbard, giustificativo persino degli accordi di cartello, in nome di una tara antropologica ispirata all’ottimismo della volontà più che a quel pessimismo dell’intelligenza che ha  segnato invece il sereno fallibilismo di Hayek e di Buchanan (cfr. p. 148).

In definitiva, il liberalismo delle regole ha ispirato la ricostruzione armoniosa del secondo dopoguerra, vincendo sfide che sembravano insormontabili. Allo stesso modo oggi, davanti a minacce non meno angoscianti e pervasive, esso può accompagnare l’azione delle classi di governo dei Paesi europei, suggerendo la formazione di uno spazio poliarchico in cui gli attori − collettivi e individuali − del mercato e della società civile possano coesistere contando sull’imparzialità proattiva delle istituzioni politiche, statali e sovranazionali. 



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COMMENTI
12/03/2013 - europa sociale (delfini paolo)

Economia SOCIALE di mercato appunto. E' proprio l'aggettivo sociale che in Occidente è diventato sinonimo di bestemmia, purtroppo, con le conseguenze che tutti vediamo.