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LETTURE/ Quella "teoria" che può salvare l'Europa in bancarotta

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Alla luce del perdurante stato di crisi della costruzione europea, si ripropone a tratti ma con forza l’interrogativo sulla necessità o meno di un governo dell’economia e sulla gradualità di questo intervento. Tra keynesiani di ritorno e liberismi di facciata, il punto fondamentale non può che essere il rispetto della libertà individuale, quel grande portato congiunto dell’antropologia cristiana e del metodo liberale che sono alla base del progetto europeista dei padri fondatori. Da più parti si palesa l’esigenza di fare chiarezza intorno a quale sia la prospettiva più adeguata perché questo sogno non si infranga sugli scogli della storia, e tra le risposte più autorevoli vi sono senz’altro quelle volte a fornire una rinnovata comprensione dell’economia sociale di mercato, come sistema aperto di inclusione della realtà effettuale all’interno della visione di governance della Unione europea. 

È pur vero però che la medesima economia sociale di mercato è stata a lungo una categoria vischiosa delle scienze socioeconomiche, specie nell’interpretazione corrente datagli nel discorso pubblico. Compressa tra cattive declinazioni del suo statuto epistemologico e palesi avversioni motivate soltanto sul piano ideologico, questa prospettiva è tuttora alla ricerca di interpreti politici all’altezza dell’ispirazione dei suoi grandi teorici. Il traguardo da varcare è cioè la traduzione da pensiero economico a dottrina di governo, salvaguardandone il nucleo profondo di teoria liberale fondata sulle regole costituzionali e sul corretto intendimento del ruolo di arbitro delle istituzioni.

In questa direzione non si può che apprezzare il meritorio sforzo di Flavio Felice e Francesco Forte, che, dopo Il liberalismo delle regole (2010) portano all’attenzione del pubblico italiano, sempre per i tipi di Rubbettino, una seconda antologia dei principali interpreti e studiosi della Scuola di Friburgo e del neoliberalismo tedesco, i cui contributi (tradotti dal co-curatore Clemente Forte e da Guglielmo Piombini) sono ora raccolti nel volume L’economia sociale di mercato e i suoi nemici.

Ciò che subito colpisce il lettore anche non immediatamente coinvolto nello studio della storia e della tecnica economica, è il grande respiro di questa operazione culturale, volta a saldare i principi e gli input provenienti da queste prospettive di pensiero in chiave assolutamente interdisciplinare, feconda di connessioni e ricadute perfino sulla contingenza del dibattito politico continentale di questi mesi. Mi riferisco in particolare alla strenua opposizione a qualunque tentativo di legittimare posizioni neocorporative (cfr. p. 93) e soteriologiche sul ruolo dello Stato come terminale ultimo nella gestione della cosa pubblica, menando a pretesto la presunta incapacità delle istituzioni del libero mercato a gestire i conflitti sociali non meno che le tensioni politiche originate dalla grave crisi che sta ancora scuotendo la finanza globale e l’economia reale. 



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COMMENTI
12/03/2013 - europa sociale (delfini paolo)

Economia SOCIALE di mercato appunto. E' proprio l'aggettivo sociale che in Occidente è diventato sinonimo di bestemmia, purtroppo, con le conseguenze che tutti vediamo.