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SAN FRANCESCO/ Quel santo così "rivoluzionario" che non fece nulla fuori dalla Chiesa

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Giotto, Il sogno di Innocenzo III (particolare; 1295-99) (Immagine d'archivio)  Giotto, Il sogno di Innocenzo III (particolare; 1295-99) (Immagine d'archivio)

“Francesco ci unisce”. Così mi ha scritto l’altra sera uno storico laico, massimo esperto a livello internazionale di studi francescani, rispondendo a una mia mail entusiastica nel riportare quel binomio “papa Francesco”, assai bello ma in apparenza paradossale: Francesco, il nome di un santo profetico e da alcuni considerato anti-gerarchico, è ora il nome di colui che sta al vertice della gerarchia cattolica: il papa. 

Per quanto sia convinta, sul piano storico (come dirò fra breve), che Francesco di Assisi fosse profondamente consapevole della sua fedele appartenenza alla Chiesa anche istituzionale, devo ammettere che sentire e vedere il suo nome associato a quello del Pontefice mi fa ancora un certo effetto, piacevole e sconvolgente, nello stesso tempo. Un santo, che ho amato tanto da chiamare come lui mio figlio e che mi ha invitato più di altri a studiare la storia medievale, oggi dà il nome al papa! Ci sono ragioni per riflettere su tale scelta; io per ora mi limito a qualche considerazione di tipo storico e lo farò con la guida di tre verbi che papa Francesco ha usato come parole-chiave nella sua prima omelia rivolta ai cardinali lo scorso 14 marzo: camminare, costruire, confessare. 

Dice il papa: “Camminare: la nostra vita è un cammino e quando ci fermiamo, la cosa non va”. Francesco d’Assisi fu un grande camminatore e si fermò poco davvero. Da una dimora ricca e sicura dentro le mura, uscì a piedi fra i lebbrosi da assistere; a piedì andò a Roma nel 1210 per chiedere a papa Innocenzo III l’approvazione della sua prima compagnia di frati; camminò fra molte borgate e città a predicare finché arrivò, più lontano, oltremare, alla “presenza del soldan superba” (1219). Ma uno dei suoi cammini più faticosi avvenne vicino alla sua città natale: nella notte, sulla neve a piedi nudi e con i ghiaccioli pendenti dal saio a ferirgli le gambe, si ritrovò a santa Maria degli Angeli con la porta chiusa in faccia! “Se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia” (Fioretti, cap. VIII).  

Continua papa Francesco: “Edificare la Chiesa. Si parla di pietre: le pietre hanno consistenza; ma pietre vive, pietre unte dallo Spirito Santo. Edificare la Chiesa, la Sposa di Cristo, su quella pietra angolare che è lo stesso Signore”. Viene subito alla mente un episodio, riportato dalla Leggenda dei tre compagni e dal Testamento di Chiara, in cui Francesco, dall’alto di un malandato tetto sopra una chiesetta da ricostruire, canta in francese: “Venite, aiutatemi nel lavoro per la chiesa di San Damiano, che diventerà un monastero di signore, e per la fama della loro santa vita sarà glorificato in tutta la chiesa il nostro Padre celeste!”. 



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