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PAPA FRANCESCO/ Perché le categorie del "mondo" non possono capirlo?

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Francesco (InfoPhoto)  Francesco (InfoPhoto)

La sociologia, come tutti sanno, è una scienza nata nel pieno dell’affermazione della società moderna. Dalla modernità, come processo culturale, ha tratto miti e speranze, cautele metodologiche e qualche fantastico delirio. Scienza positiva per eccellenza, ancorata allo studio della sola realtà osservabile, ha funzionato come area severamente critica contro le ideologie del novecento. Ancora oggi si deve alla sociologia la capacità di rivelare connessioni e contraddizioni dei singoli fenomeni sociali, spesso destinate a restare occulte. Tuttavia la sua forza è anche la sua debolezza: dinanzi alle dimissioni di Papa Ratzinger, al conclave ed all’intronizzazione di Papa Bergoglio, le interpretazioni laiche non esitano a ricorrere ad un solo paradigma, l’unico che la modernità conosce: quello conflittualista. Da qui la tentazione ad affidarsi alla sola ricerca delle indiscrezioni, alla quale vengono sommate le interpretazioni iperboliche delle diversità che ne emergono. 

Si arriva così a proclamare l’irriconciliabilità delle posizioni tanto che, alla fine, non possono esserci che vincitori da un lato e sconfitti dall’altro, in una lotta irriducibile tra il “partito della tradizione e quello dell’innovazione” per una Chiesa ridotta a fotocopia del Parlamento. Con un’aggravante: che mentre in quest’ultimo il conflitto è esplicito e quindi concretamente osservabile, nella Chiesa poiché è discretamente taciuto, bisogna andarselo a trovare. Proprio per questo, inizia la ricerca degli indizi, che porta ogni differenza ad essere la rivelatrice di un’opposizione, ogni comportamento ad essere l’indicatore di una strategia e di una sensibilità che rinviano a differenze radicali. Come ha rilevato con rammarico Cristiana Caricato, nel delirio interpretativo che spesso caratterizza molti miei colleghi – ampiamente visibile anche al di là delle frontiere nazionali (basta leggere Le Monde) – ogni diversità è interpretata alla luce della categoria del conflitto. Impiegheranno così diverse settimane (in qualche caso diversi mesi e qualcuno non lo capirà mai) a comprendere come la natura della Chiesa, quando la si vuole analizzare, obblighi a temperare e limitare profondamente il paradigma conflittualista per andare alla ricerca di un  vocabolario ben più ampio. 

L’opposto del conflitto, nella dinamica di questa istituzione, non è il “consenso”, ma la “relazione caritatevole” che è la capacità di vedere, ad ogni passo, la verità che l’altro si porta dentro, la passione (Julián Carrón direbbe “il desiderio”) che l’altro si trascina dietro, ne muove i passi e ne decide le scelte. Il conflitto, che pure esiste, va costantemente riletto alla luce di questa pervicace ricerca di ciò che unisce, ed il senso di una tale unità è cercato e trovato dai padri conciliari attraverso la preghiera. 



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