BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Büchner: perché la politica non può soddisfare l'ansia del cuore?

Pubblicazione:

InfoPhoto  InfoPhoto

Sono domande che gridano. E basterebbe appunto la potenza di una perorazione come questa per dare la misura di come La morte di Danton rappresenti e insceni non (solo) il fallimento della pretesa rivoluzionaria, ma la natura stessa di quelle pretese; nonché la bruciante differenza di potenziale fra la “capacità” del cuore umano e la dimensione dell’azione puramente politica. È sincero, sincero sino alla ferocia, Büchner, quando pone la radice di ogni tentativo rivoluzionario in un solo, disperato desiderio: quello di un’identità. I sanguinari repubblicani di Büchner fanno quello che fanno al solo scopo di essere qualcosa; e il Terrore, le ghigliottine, non sono che un modo – per quanto violento – per risolvere, coprendola, la questione dell’essere al mondo: un tentativo quindi di essere. Quando Lacroix riferisce a Danton che «Collot sbraitava come un ossesso dicendo che bisognava strappare tutte le maschere», questi risponde: «Sì, così se ne van via anche le facce». L’urgenza d’essere, di rispondere alla chiamata che l’essere di per sé finisce col costituire, tende ineluttabilmente a saltar fuori: «Quel maledetto principio per cui qualcosa non può annullarsi! E io sono pur qualcosa: questa è la disgrazia!». 

È proprio Danton l’eroe (un eroe, quindi, disperatamente tragico) che scoperchia lo scandalo del non bastarsi, dell’insufficienza dell’azione. La sua tragedia avviene infatti su più fronti: non solo quello della sconfitta umana e conoscitiva, ma anche su quello della distruzione fisica: Danton viene giustiziato in nome della Repubblica. La nuova storia (la stessa che faceva dire, assai profeticamente, a Balzac: «Da adesso in poi governeranno i banchieri»), che nella Rivoluzione Francese ha il suo primo momento “istituzionale”, non perdona né può tollerare l’emergenza umana di un uomo come il Danton büchneriano. Così un frammento di dialogo fra Danton e Robespierre:

Danton: Io mi vergognerei di correre per trent’anni fra cielo e terra sempre con la stessa fisionomia morale, solo per il gusto di trovare gli altri peggiori di me. Ma non c’è dunque niente in te che qualche volta, sottovoce, segretamente, ti abbia detto: “Tu menti, menti!”? 

Robespierre: La mia coscienza è pulita. 

Danton: La tua coscienza è uno specchio di fronte al quale si tormenta una scimmia; ognuno s’imbelletta come può e a modo suo ci cava il proprio divertimento.

C’è, in questa rivoluzione rappresentata da Büchner, una nota di fondo, come un basso ostinato: un sentimento di solitudine. Che è come la cartina di tornasole dell’agire drammaturgico dei personaggi: domina ogni gesto, non vuole andar via: «Cosa ne so! Sappiamo così poco l’uno dell’altro. Siamo pachidermi, tendiamo le mani l’uno verso l’altro, ma è fatica inutile; non facciamo altro che sfregarci vicendevolmente questo ruvido cuoio, siamo veramente soli». 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >