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LETTURE/ Büchner: perché la politica non può soddisfare l'ansia del cuore?

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E ancora più lontana e sommessa, ma sempre presente – e insistente – è la principale, la più titanica pretesa rivoluzionaria: la tentazione cristica di redimere l’uomo, di farsi pari a Dio. Così Robespierre in un suo monologo: «Sì, messia di sangue, io: ma che sacrifica e non viene sacrificato. Lui li ha redenti con il suo sangue, e io li redimo con il loro. (…) Chi ha avuto più abnegazione, io o lui? Eppure c’è qualcosa di folle in questo pensiero. Perché guardiamo sempre e soltanto a Lui? Davvero che il figlio dell’uomo viene crocifisso in noi tutti, tutti lottiamo nell’orto del Getsemani in un sudore di sangue, ma nessuno redime il prossimo con le proprie ferite. Oh, Camille! Tutti se ne vanno da me e tutto è vuoto e deserto: sono solo». 

La morte di Danton – lo si è detto – non è solo la notifica di una sconfitta: è una provocazione. Una provocazione ad instancabilmente verificare: quale tipo di azione libera l’uomo, e quale lo mortifica. Che cos’è la politica e quali sono i suoi limiti. E soprattutto un pungolo a stare nelle cose con quella tesa attenzione, quella disponibilità a lasciarsi ferire, che faceva dire a Büchner, allora un ragazzo di ventitré anni: «Il più piccolo trasalimento del dolore, e sia pur in un solo atomo, provoca un laceramento nella creazione da cima a fondo». 

Quello stesso ragazzo, che alla rivoluzione non seppe trovare alcuna ragionevole alternativa, faceva dire ad uno dei suoi personaggi, con un altissimo e struggente fremito di desiderio: «Come corre quell’uomo! Se solo conoscessi qualcosa in questo mondo che sapesse farmi correre!». 

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