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LETTURE/ Sisifo, Camus e il tentativo (vano) di essere padroni del destino

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Franz Von Stuck, Sisifo (1920) (Wikipedia)  Franz Von Stuck, Sisifo (1920) (Wikipedia)

Ci sono nel mito greco delle famiglie che sembrano sprecare straordinarie possibilità. A volte di queste famiglie e della loro storia sappiamo tutto – ne abbiamo testi tragici e lirici, Eschilo quanto Pindaro o a Roma Seneca: è il caso ad esempio della famiglia che fa capo a Tantalo, che godeva del favore degli dèi, li frequentava da amico, in quel tempo-non tempo in cui uomini e dèi stavano faccia a faccia: ma ha voluto mostrarsi più intelligente di loro, metterli alla prova (in modo orribile: offrendo loro in un banchetto le carni del figlio), e gli dèi hanno ritirato la loro amicizia, l’hanno punito agli inferi e sulla sua stirpe è rimasta una macchia, una propensione al male. Di un’altra famiglia sappiamo molto meno, perché delle opere che ne parlavano con ampiezza sono rimasti solo titoli o frammenti, da ricostruire riempiendo vuoti e scegliendo varianti. Ma il fascino resta, suscita curiosità e riflessione.

Un primo accenno l’abbiamo nell’Iliade. Sul campo di battaglia s’incontrano due nemici: il greco, Diomede, interroga lo sconosciuto avversario chiedendogli quale sia la sua famiglia, timoroso di sbagliarsi ad attaccarlo. L’altro, Glauco, gli racconta come una storia ad episodi, con salti e bruschi passaggi: si risale al capostipite, fondatore non solo della famiglia ma di tutto il popolo degli Eoli, e poi a suo figlio Sisifo. A lui è assegnato un attributo, kérdistos, spesso tradotto con astutissimo ma che in realtà dal confronto con altri passi risulta semplicemente un termine elogiativo: eccellente, il migliore. Nipote di Sisifo è Bellerofonte, diretto antenato di Glauco, definito come amymon, cioè irreprensibile, senza difetti, lo stesso attributo che in altro contesto omerico si riferisce a Salmoneo, fratello di Sisifo. Una famiglia positiva, quindi, per vicissitudini trasferita dalla Grecia all’alleanza coi Troiani. Ma Bellerofonte, prediletto dagli dèi e aiutato in molti travagli, finisce anch’egli per decadere dall’amicizia divina: “ma quando venne in odio a tutti gli dèi andava errando solitario e si rodeva il cuore…”. Solo da autori successivi sappiamo il perché: non gli bastava la protezione divina, voleva salire in cielo a vedere di persona gli dèi, ed essi lo respingono a terra e gli tolgono il loro affetto, senza il quale la convivenza umana diviene inaccettabile.

Nell’ Odissea troviamo Odisseo che, in un episodio misterioso nato da diverse tradizioni, incontra i morti. Fra questi Sisifo: e vidi Sisifo, che aveva forti sofferenze, reggendo con entrambe le mani un masso gigantesco: egli, puntellando il masso con le mani e coi piedi, lo spingeva in su per un colle; ma quando stava per superare la cima, la forza lo travolgeva; subito allora il masso senza rispetto rotolava a valle; ed egli tendendosi lo spingeva di nuovo, e dalle membra gli scorreva il sudore, e dal capo si alzava la polvere”. 



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