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FENOGLIO/ Alcuni buoni motivi per preferirlo a Moravia e Calvino

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A dispetti di tanti altri autori del Dopoguerra, Fenoglio non fu retorico, ma soltanto epico. La sua vicenda «è un perpetuo alternarsi di battaglie, eventi rovinosi, fughe vertiginose e stasi felici… s’alternano sulla collina violenza e pace, fragori, flagelli di piogge, temporali, e silenzi improvvisi». Così il bravo Gian Luigi Beccaria (La guerra e gli asfodeli. Romanzo e vocazione epica in Beppe Fenoglio, Serra e Riva, Milano 1984, p. 64) che ha dedicato interessantissime pagine al «grande stile» dello scrittore di Alba.

A Fenoglio interessava l’uomo, non l’ideologia: attitudine che gli costerà l’ostracismo della stampa comunista, che lo marchiò a fuoco fin dal libro di esordio definito: “Un gioco di parole, e di brutte parole”. 

Secondo l’Unità si trattava infatti di una novità che diventava «impudenza» e «pubblicare e diffondere questo tipo di letteratura significa non solamente falsare la realtà, significa sovvertire i valori umani e distruggere quel senso di dirittura e onestà morale di cui la tradizione italiana può farsi vanto» (29 ottobre 1952). Questa stampa non poteva perdonare a Fenoglio di impiegare l’espressione «guerra civile» e neppure il fatto di riconoscere dignità anche al nemico e al nemico sconfitto. Esemplare, in proposito, un episodio di Una questione privata (cap. VII). Di fronte al plotone di esecuzione, un caporale fascista rifiuta l’ultima sigaretta per avere la gola completamente libera per gridare a squarciagola: «Viva il Duce!» (il particolare mi è stato sottolineato dal poeta Giampiero Neri). 

Calvino fu il primo a intuire la stoffa del giovane Fenoglio. Leggendo il dattiloscritto de La paga del sabato, gli scrisse: «Il tuo racconto mi ha preso dalle prime pagine e ho dovuto andar sino in fondo. Ti dico subito quel che ne penso: mi sembra che tu abbia delle qualità fortissime…» (Lettera del 2 novembre 1950, ora in Beppe Fenoglio, Lettere (1940-1962), a cura di Luca Bufano, Einaudi, Torino 2002). Per Fenoglio, Calvino sarebbe stato il naturale contatto con la casa editrice Einaudi, la sua «casa editrice natale», da cui poi si sarebbe allontanato per pubblicare con Garzanti Primavera di bellezza. I motivi della frattura furono i ritardi nei pagamenti dei diritti d’autore, alcune incomprensioni e, soprattutto, la sciagurata quarta di copertina scritta da Vittorini per La malora (33ª uscita dei Gettoni). 

In quel testo l’autore di Uomini e no offrì il destro a molti futuri detrattori di Fenoglio, scrivendo, tra l’altro: [questo libro] «ci conferma in un timore che abbiamo sul conto proprio dei più dotati tra questi giovani scrittori dal piglio moderno e dalla lingua facile. Il timore che, appena non trattino più di cose sperimentate personalmente, essi corrano il rischio di ritrovarsi al punto in cui erano, verso la fine dell’Ottocento, i provinciali del naturalismo, i Faldella, i Remigio Zena: con gli “spaccati” e le “fette” che ci davano della vita; con le storie che ci raccontavano, di ambienti e di condizioni, senza saper farne simbolo di storia universale…». 



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