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FENOGLIO/ Alcuni buoni motivi per preferirlo a Moravia e Calvino

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Per Fenoglio questa sentenza fu una «frustata in faccia» e mai giudizio critico fu così fuori bersaglio. 

Fenoglio aveva scelto la guerra (e la «sua» terra, che come ricorda Giorgio Caproni, «rima» sempre con guerra) come periscopio per indagare l’uomo. Esattamente come Omero, di cui voleva imitare la capacità di contenere la realtà nella potenza di un verso. Lo testimonia, tra l’altro, un passo della splendida biografia curata Piero Negri Scaglione (Questioni private – Vita incompiuta di Beppe Fenoglio, Einaudi, Torino 2006, pp. 290, euro 21): «[Fenoglio] indica le cascine sulle colline intorno e dice: “Ma io lo so… che in tutte queste case potrebbe vivere, e forse ci vive, una famiglia come i Braida, o come i Rabino. Qui, là, là. Ma per raccontare tutto questo ci vorrebbe Omero, perché descriverebbe tutto in due soli versi. E dentro ci saremmo noi esattamente come siamo, e ci sarebbe la luna, ci sarebbero le Langhe, e una notte come questa» (p. 176). 

Della lingua di Fenoglio si è discusso a lungo, come si è battagliato sulle diverse stesure delle opere uscite postume e sulla loro cronologia. Resta insuperata l’opinione di Dante Isella, che con altri ha paragonato la sua forza espressiva a quella di Melville. Il partigiano Johnny è davvero il nostro Moby Dick. Le pareti d’acque e i mostri marini che sferzano il vascello del Pequod, in Fenoglio diventano i profili ondulati delle Langhe. La febbre ardente di Achab contro la balena bianca, in Fenoglio diventa sete di libertà e inesausta lotta contro il drago: «In questa lotta contro il Male, il nemico è naturalmente crudele, feroce, esecrabile, ma non mai indegno di rispetto. È l’angelo caduto, il Lucifero delle schiere infernali, che riesce spesso ad avere la meglio; ma l’eroe non dubita della vittoria finale. Combatterlo, ha valore in sé, conta come testimonianza al di là degli esiti contingenti. Molti devono morire, l’essenziale è che quella testimonianza non venga mai meno» (Dante Isella, “La lingua del partigiano Johnny”, in Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino 2005, p. 508).

La scrittura di Fenoglio fu profeticamente moderna: dura, tagliente, nervosa, sincopata. E soprattutto dantesca. Questo era il suo canone: «limpidità del dire, esattezza di termini. Nulla di pleonastico. Oggettività assoluta nel raccontare. Semplicità» (Piero Negri Scaglione, Questioni private, cit., p. 165). Per sfuggire alle pastoie della nostra tradizione troppo ingessata decise di redigere la prima stesura del Partigiano in inglese: «Ho pensato e ripensato e ho trovato. Questa volta li frego tutti. […] Questa volta scrivo prima di tutto in inglese e poi traduco in italiano. Otterrò una lingua nuova, originale, agile, veloce, secca» (Ivi, p. 190). 



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