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LETTURE/ La conversione secondo Eliot

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T.S. Eliot (1888-1965) (Immagine d'archivio)  T.S. Eliot (1888-1965) (Immagine d'archivio)

Il primo frammento ci mostra subito un esempio della genialità furtiva di Eliot: rubare così platealmente ai dead poets da potersi permettere di fargli dire altro. Così al Cavalcanti della Ballatetta che si strugge di non poter tornare dal suo esilio, fa qui controcanto una voce anch’essa in esilio, ma che anziché struggersi si interroga un filo annoiata e scettica sul perché dovrebbe desiderare di tornare ai luoghi usati, a quelle forme del desiderio che tanto l’hanno affascinata ma che non sanno ormai più accenderne altro che la noia.

Poiché non spero più di ritornare,
poiché non spero –
Poiché non spero più di ritornare
desiderando d’uno il fine e d’uno il dono
non voglio più sforzarmi a queste cose
(perché dovrebbe l’aquila attempata dispiegare le ali)
perché dovrei rimpiangere
il potere disvanito del consueto regno?


(Mercoledì delle Ceneri, I)

È a queste forme che la voce esiliata dispera, e in fondo non vuole, tornare. A Eliot, alla voce che in questo frammento ne porta la figura, non interessa più né l’oggetto né la forma di ciò che lo interessava prima. Non è che l’amore per le cose svanisca, anzi. È la loro capacità attrattiva che non tiene. Quello del «consueto regno» è un «potere disvanito», non volontariamente abbandonato: è la noia che corrode tutto, anche le cose più belle. Diversamente dal primo Eliot, tuttavia, e come già nel finale di The Hollow Men, quella noia che del temperamento eliotiano e delle sue maschere poetiche è una costante fa emergere il desiderio della salvezza. La percezione, insomma, che le cose amate e l’amore stesso abbiano una possibilità di essere salvate per non morire sfibrate dalla corruzione e dallo sfinimento.

Così quella preghiera spezzata che in The Hollow Men arriva al termine di un percorso tormentato, nel Mercoledì delle Ceneri accompagna la voce e il pensiero poetanti fin dall’inizio. Una preghiera che tuttavia è pur sempre una preghiera spezzata, o meglio, ancora informe, e che perciò nel suo essere pronunciata domanda di essere corroborata, di mostrare anzitutto a chi la pronuncia il proprio senso e la propria efficacia. 

Questa è per Eliot la conversione: inginocchiarsi, come dirà nell’ultimo dei suoi quartetti, «dove la preghiera ha funzionato», tornare cioè costantemente a interrogare quel frammento di tempo e spazio in cui il divino si è rivelato, in cui ha mostrato la realtà della sua incarnazione. Una realtà che nel poemetto è assunta dalle tre donne che accompagnano il cammino dell’io parlante: la Lady della seconda sezione e le figure che richiamano Matelda e Beatrice nella quarta. Sono loro, e inscindibilmente il rapporto con loro, il luogo in cui, avendo la preghiera funzionato, la voce del soggetto torna a pregare. Ed è in questo rapporto che si snoda la lotta tra il bene riconosciuto a cui il desiderio inizia a tendere e le immagini del passato. 



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