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LETTURE/ La conversione secondo Eliot

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T.S. Eliot (1888-1965) (Immagine d'archivio)  T.S. Eliot (1888-1965) (Immagine d'archivio)

La lotta tra il vero bene e le immagini del bene – tra il vero desiderio e le immagini del desiderio – è un tema che lavora profondamente l’Eliot di questi anni. Nel poemetto, la narrazione di questa lotta entra in scena nel terzo frammento, in cui l’io narrante s’incammina per la scala della salvezza ed è tentato dalle immagini del passato, che gli si fanno incontro con il loro «volto ingannatore di speranza e disperanza». Ma se il moto iniziale della volontà appare sufficiente a superare le prime tentazioni, l’ultima rampa della scala le vede farsi via via più dolci e melliflue, sì che «la mente va e s’arresta sulla terza scala, / più debole, più debole». Ed è dinnanzi a questa debolezza che s’insinua la percezione di quella «forza ch’è più forte di speranza e disperanza» e che la conversione, da decisione etica, si scioglie in decisione morale, in abbandono a una presenza altra da sé e dalle proprie immagini di bene e male, di santità e rettezza: «Signore, non son degno / ma di’ soltanto una parola» (Mercoledì delle ceneri, III).

Molto si parla, quando si parla di Eliot e della sua conversione, di ritorno all’ordine, di adesione culturale a un’idea conservatrice, financo di resa di una ragione incapace di pacificarsi altrimenti. In un certo senso tutte queste interpretazioni sono vere, ma superficiali. La conversione di Eliot è sì un ritorno all’ordine, ma è ben altro rispetto al «mettere la testa a posto»; del pari, se c’è una resa della ragione, questa resa è – con le parole di Jean Guitton – la sua sottomissione all’esperienza, l’esperienza di un Altro da sé chiaramente percepito e tuttavia impossibile a comprendersi. Una resa, quindi, che non chiude la porta al mistero iscrivendolo nel riposo del dogma, ma che al contrario in questo mistero, attraverso l’adesione al dogma, accetta di farsi trascinare.

La preghiera che chiude la terza sezione e lo sviluppo delle tre successive mostrano chiaramente questo scarto tra una conversione intesa come adesione a un sistema di pensiero – ciò che Eliot aveva già rifiutato abbandonando gli studi filosofici – e la conversione a una presenza incarnata qui e ora, di cui non si può percepire altro che i tratti d’ombra con cui ci viene incontro. «Nessun luogo di grazia per chi evita il volto» dice Eliot, «nessun tempo di gioia per chi attraversa il rumore e nega la voce» (Mercoledì delle ceneri, III). Si mostra in questi versi l’esperienza eliotiana della salvezza: non un punto d’arrivo, ma un luogo carnale – la Chiesa – che è al contempo meta e strada, compagnia definitiva offerta da Dio all’uomo per ricondurlo a se stesso, a quell’impossibile comunione che ne costituisce il desiderio più profondo e negletto, il ritorno anelato da quell’esilio di sé che è il suo passaggio terreno. 



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