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LETTERA/ Papa Francesco, il perdono, l'uomo risanato

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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)  Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)

La penitenza è un mettersi in viaggio con Cristo crocifisso e camminare per edificare in noi il Corpo mistico di Gesù Cristo, come ha rimarcato la teologia già iniziata con i grandi teologi di due secoli fa, intorno e all’indomani del Concilio Vaticano I (1870). La sua nozione si determina come un sapersi limitare nelle pulsioni incontrollate, nei bisogni e nelle esigenze materiali del nostro benessere e nelle fatue divagazioni intellettuali. Le nostre golosità, le nostre compiacenze interiori, le nostre soste sospette del pensiero possono trovare una via diversa di realizzazione orientandosi al bene del prossimo, sempre più bisognoso di supplementi di aiuto sotto ogni profilo. C’è ancora bisogno di “un supplemento d’anima”, diceva il filosofo Bergson, per la civiltà moderna, frantumata per l’assenza di valori e di punti di riferimento.

Per coloro che hanno a cuore una diligente cura dell’anima anche solo di ordinaria amministrazione, un minimo di sollecitudine dello spirito conduce a una riflessione più nobile di quelle che ogni giorno si attardano sul piano orizzontale, che altro non è che l’asfissia del terribile quotidiano, portando ad una vita grama e insignificante. Il Vangelo della prima domenica di Quaresima ha portato alla riflessione di un Cristo nella solitudine del deserto a pregare. Proprio nell’orazione più intensa sorgono le mega tentazioni, dell’avarizia: la possessione spasmodica del tutto, specie della cosa pubblica; il desiderio di competere con la divinità nella ribellione dello spirito, quasi per carpire un frammento di immortalità al “Dio vivo e vivente”, Signore dell’universo e della storia; il capriccio dell’apparire fino a rendere il culto a Dio uno spettacolo folklorico del meraviglioso.

Il peccato resta sempre una mancanza di equilibrio, un venir meno alle proporzioni della realtà, un volersi supervalutare a scapito degli altri, e soprattutto nel “vivere come se Dio non esistesse”, fidando in modo eccessivo nelle capacità dell’uomo. In questi casi non riconosciamo le nostre forze oggettive ­sempre limitate e ci proiettiamo nell’attesa dell’ingannare noi stessi. Il vuoto dello spirito ne è la conseguenza immediata. Con il tempo forte dello spirito della Quaresima il nostro atteggiamento permane quello di ritrovare noi stessi, cioè l’essere cristiani, comprendendo l’essenza del messaggio evangelico, per respingere il desiderio smodato del potere e per assicurare la libertà dello spirito nell’accettazione della Parola di Dio incarnata tra gli uomini.

Si è visto nella celebrazione della Via Crucis, come il figlio di Dio si è sottomesso all’umiliante calvario dell’offesa personale, alla coronazione di spine, alla flagellazione lancinante, all’offesa provocatoria dei soldati, truculenti nelle loro sfide volgari. E i discepoli impauriti fuggire arrivando persino al tradimento di Pietro, il principe degli apostoli, colui che avrebbe dovuto confermare gli altri nella fede, “la roccia del credere”. 



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