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LETTERA/ Papa Francesco, il perdono, l'uomo risanato

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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)  Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)

L’uomo resta sempre fragile nel suo percorso, nel faticoso cammino dell’esistenza; e l’ausilio di Dio è una costante per chi voglia pervenire al termine della via. “Ho combattuto la buona battaglia, sono arrivato al termine della corsa, ho conservato la fede” (Tim 4,6), grida ancora san Paolo a chi ha intrapreso il viaggio della fede alla sequela di “Cristo morto e risorto” in sintonia alla «kenosis» di “Cristo che umiliò se stesso fino alla morte di croce” (Fil 2,6-8). Con il discorso della Incoronazione davanti a milioni di persone, il papa Francesco invita alla purezza dell’agire: cura del creato e rapporti tra gli uomini e tra gli stati spalmati di bontà fino alla tenerezza verso i più poveri, per custodire una vita degna dell’evento della Pasqua, che sfocia nell’ottimismo della visione cristiana. E il potere (anche quello politico ed ecclesiastico: primato di Dio, cioè della carità) altro non è che un servizio a giovamento di tutti, a cominciare dagli ultimi.

Per questa Pasqua si propone la conversione dell’uomo restaurato, direbbe Giani Stuparich, sotto l’azione attiva della misericordia di Dio, abbondantemente invocata dal sommo pontefice Francesco, in attesa di rinascere con il nuovo organismo teologale di una fede purificata, fondata e radicata sulla morte e risurrezione di Gesù Cristo. E rifondare il nostro assenso a Dio rimeditando san Paolo, il mistico apostolo delle genti: “Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede” (1 Cor 15,16).



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