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LETTERA/ Papa Francesco, il perdono, l'uomo risanato

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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)  Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)

Che dire di questa Pasqua che arriva in anticipo con un tempo ancora da brivido, essendo ormai la primavera alle porte con la sua luce, il suo tepore e gli alberi ornati di gemme e di fiori? L’ultimo colpo di coda dell’inverno vuol prendersi l’estrema rivincita. Freddo e neve prima di regalare le giornate lunghe e tepide della primavera che tutti attendono come l’aprirsi d’una gemma bella e rifiorente. Piace inoltrarsi in questa festività che entra nel cuore profondo e pulsante del mistero cristiano con i due temi che la Quaresima presenta quale guida spirituale per il cammino di preparazione all’evento: la preghiera e la penitenza.

La preghiera è un inchinarsi davanti a Dio, nostra roccia e nostro presidio di difesa. Si può progettare, costruire, edificare, ma se non si fa in compagnia di e con Gesù Cristo, con la sua croce di legno infissa di chiodi lancinanti,­ non con quella nostra di carta e di propositi disattesi, invano costruiamo l’edificio della Chiesa. È un’attesa orante e piena di raccoglimento nell’interiore dell’uomo nuovo, codificato da san Paolo, quello pneumatico, che ha superato le tortuosità vischiose del torbido freudiano, per innalzarsi alle vette dello spirito.

L’ha ricordato una delle tentazioni di Cristo inasprito dalle prove nel deserto ma luminoso poiché “pieno di Spirito Santo”. Quando risponde al tentatore, la prova suprema dell’Io del Figlio di Dio davanti all’opzione grandiosa e terribile di donarsi in tutto al Padre, senza esitazione: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). La preghiera è la presenza orante di Dio scoperto entro il circuito del nostro spirito raccolto, è un entrare dentro al Padre Nostro insegnato da Cristo stesso all’uomo che ricerca una via sicura per riscoprire Dio nell’io e in mezzo a noi in azione di misericordia. Non bisogna stancarsi di chiedere perdono, a un Dio paziente e che non si stizzisce mai di perdonare.

Sono le parole appena pronunciate dal neoeletto pontefice, nuovo «vescovo di Roma» Francesco, umile e semplice giullare di Dio, nel suo primo Angelus. Egli trova in san Francesco e in sant’Ignazio le due grandi convergenze, della semplicità nel credere in trasparenza e dell’ardore nel fare dinamico. Quel Dio “grondante misericordia” rappresenta il Dio discendente con la sua giustizia giustificatrice (la giustizia di Dio è sempre fondata sulla sua misericordia, dice san Tommaso) e l’uomo risponde con quella “pietas”, studiata da Giuseppe De Luca - sacerdote romano per elezione ­- che altro non è se non “presenza amata di Dio” nella consuetudine del vivere cristiano. È il Dio ascendente trascinante l’uomo. 



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