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VIA CRUCIS/ 2. "Dammi ancora, una volta sola, il dono del Tuo sguardo"

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William Congdon, Crocifisso (Immagine d'archivio)  William Congdon, Crocifisso (Immagine d'archivio)

Ma quello è il figlio. Lui.

Tanto sfigurato che confonde la somiglianza. La giustezza. 

È tutto sangue, e e lei lo sa. Lo sente, nel suo ventre.

Sangue dato, appeso come un frutto rosso e puro. Addentato.

Lei annuisce: piange e dice sì, si vede bene è chiaro a tutto il mondo.

Gli sta dando il permesso di farlo.

 

È lei che porta il vento, è lei che fa venir le nuvole, il cielo è denso come un lamento, agonizza sopra la mia testa. Sento che piange, mi bagnano gocce inquiete, sabbiose. Colano sulla mia fronte dentro gli occhi, sembra che pianga anch’io. Forse.

 

Era partito prima. Era già fuori, nel cortile romano, addosso un drappo rosso porpora preziosa, addosso dappertutto scudisciate, le spellature del flagello. 

L’hanno fatto partire, caricato del suo legno, noi due dietro. Ma non è durato molto. Era già sfinito.

All’inizio mi ha fatto tanta pena. Ma poi è caduto. Una, due, tre volte. Ci ritardava nella via, la croce pesa. Meglio arrivare presto, farla finita.

Hanno chiamato un contadino, grosso, innocente, con un bambino al fianco. Doveva sostenere il legno e il figlio, sosteneva eterno tutto il tempo camminando fino al Cranio.

Il suo ragazzo era stravolto, gli hanno restituito un padre nuovo, sconosciuto: ricoperto di sangue, contagiato di dolore, protettore e eroe di un condannato. Quello che ha portato il rifiuto del mondo, incolpevole, sereno, generoso. Un padre che sporcandosi è ritornato puro.

 

Ogni volta che cadeva, il figlio, la madre era accoltellata. Impallidiva.

Sono sicuro, l’ho visto. Quando lo ho scavalcato. Il soldato mi ha frustato e io ho alzato il piede e sono andato oltre, lasciandolo per terra, faccia a terra, umiliato.

È in quel momento che mi ha guardato.

Dal basso in alto. Un verme strisciante, non diverso da me, pensavo. Invece no.

Se la frustata del soldato ha fatto male, lui mi ha incenerito. Ho sentito la lama dei suoi occhi nel costato. Ho sentito dentro, che mi rompevo.

 

Non sono più riuscito a rivederlo, è rimasto indietro, abbiamo fatto in fretta noi davanti; spogliati degli stracci puzzolenti di prigione e di peccato, stesi, piantati, appesi. I chiodi mi hanno perforato il cervello. L’ebbrezza dell’altezza, se lascio andare le braccia mi sento soffocare. Questa è la croce: o sopporti di soffrire i chiodi, o soffochi e muori. Quando il dolore soverchierà la forza di resistergli, affogherò nell’acqua dei polmoni. Come lui, uguale.

 

Ha le gocce di sangue che gli riempiono gli occhi, colano come un ruscello allegro dalle sorgenti di una spina. Guardami ancora, guardami come prima.

 

Ora; stai per finire, vedo il tuo petto muoversi convulso, sento il tuo rantolo.

Hai parlato con quelli lì sotto, parla con me adesso.



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