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VIA CRUCIS/ 2. "Dammi ancora, una volta sola, il dono del Tuo sguardo"

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William Congdon, Crocifisso (Immagine d'archivio)  William Congdon, Crocifisso (Immagine d'archivio)

Eccolo. Lo hanno innalzato.  Posso guardarlo adesso, fino alla frattura delle ossa. 

Alla mia sinistra, più alto di tutta la testa: con una corona piantata, e una breve insegna. 

Hanno scritto i soldati e ridevano; vorrei saper leggere, vorrei capire il motivo vero di tanta crudele condanna: deve essere una cosa seria, una cosa sola, terribile, di poche lettere.

Io ho un elenco lungo e anche quell’altro lì a fianco, quello che si contorce e urla e bestemmia la sua morte e chi lo ha condannato, il dannato assassino che ben conosciamo. Il truffatore, l’esattore, il malnato che è stato appeso con soddisfazione: ma non altrettanto torturato.

Lui invece deve aver fatto qualcosa di grosso e silenzioso. Non lo sa nessuno.

Nemmeno quelle quattro lettere sbilenche che si vergognano di esistere.

 

Deve essere un uomo terribile.

Da come lo hanno conciato. Fradicio di sangue. 

E non si lamenta affatto.

 

Chi si lamenta a morte sono le donne. Ne ha ai piedi un mucchio, affrante e bellissime.

Deve essere stato un grande amante.

Deve essere soddisfatto di tutto l’amore che ha piantato: quella rossa è un portento, è un uragano, distrutta e affascinante come un tramonto infuocato. Più si batte il petto e lancia fiamme dai capelli, più si incendia e più diventa bella. Piange, il viso inondato, piena di mare e di clamore, piena, gravida di tanto dolore. Una marea, la sua, che arriva a toccare le radici del legno e tenta lanciandosi di lambirgli i piedi, i chiodi, di lavarli col suo sale, con le sue dita bianchissime, e poi si ritira pazza fin dentro al suo seno, nel petto dell’oceano sotto i capelli d’alga rugginosa.

 

L’altra, la meraviglia del silenzio. Quella biancaenera, pelle d’alabastro e ebano sotto il velo, che è sicuramente puro indaco, lei che non cammina, sta. Madre? 

Sua madre? Dio del coraggio, come può stare qui sotto.

Lui la ha chiamata, insieme a suo fratello biondo, ma non ci credo, sarà un cugino alla lontana, o figlio di un altro padre.

Perché quella donna è troppo bella. Luce di stella, galassia lattea e ventosa, il suo respiro muove le nuvole nel cielo e gli uccelli le si rifugiano negli occhi. Lei porta la tormenta.

Come le gonfia il velo, arioso: un golfo, un seno pronto a essere sicuro.

Lì vorrei stare; la guardo e la desidero, come un bambino: perché non posso riessere un bambino, tornare indietro, ricominciare tutto, sono certo che se lei fosse la mia di mamma non avrei fatto ciò che ho fatto, non avrei tanto peccato, sono sicuro che lei mi perdonerebbe il primo sbaglio.



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