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IDEE/ Alberto Sordi aveva "previsto" il nostro autismo digitale...

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Sia i robot sociali sia i social media ci allettano offrendoci la possibilità di avere relazioni secondo i nostri gusti e le nostre aspettative. Ma, avverte, Sherry Turkle, “gradualmente arriviamo a considerare la nostra vita online come la vita stessa. Arriviamo a considerare ciò che ci offrono i robot come una relazione”. «Queste sembrano le avvisaglie – scrive la Turkle – di una catastrofe».

Val la pena, dunque, chiederci – come fa l’antropologa del cyberspazio – dove stiamo andando e cosa ci perdiamo.

È molto interessante notare come la riflessione scientifica della Turkle, condotta in anni di studio fianco a fianco coi colleghi del Mit di Boston, si approfondisca nel paragone concretissimo e reale con la figlia Rebecca.

Illuminante per la studiosa americana, abituata a convivere con l’alta tecnologia del futuro, è l’episodio concretissimo dell’anno sabbatico trascorso dalla figlia Rebecca a Dublino per motivi di studio. Come tanti genitori dei nostri giorni la Turkle comunica con Rebecca via Skype (anche se “Su Skype ci si vede a vicenda, ma gli sguardi non s’incrociano”) o via sms. Ma «a un certo punto, mentre le sto scrivendo un sms – racconta − sperimento un fisiologico momento di presa di coscienza della mia mortalità. Tra quarant’anni, cosa saprà Rebecca del cuore di sua madre mentre lei cercava la sua strada verso qualcosa di nuovo?».

Scatta così nell’antropologa statunitense una strana nostalgia che la porta a cercare in cantina le scatole con la corrispondenza con la propria madre nel periodo del suo primo anno al college: «Le nostre lettere − scrive in Insieme ma soli −  erano lunghe, sentite e conflittuali. Ci stavamo separando, stavamo cercando la nostra via verso qualcosa di nuovo. Quarant’anni dopo ritrovo le lettere, ed è come se tenessi in mano il cuore di mia madre». «Immagino mia figlia tra quarant’anni −  prosegue la Turkle −  senza una traccia concreta delle nostre conversazioni. Perché il digitale è effimero solo se non ci prendiamo la briga di renderlo permanente».

La studiosa statunitense sperimenta sulla propria pelle, nel rapporto con la figlia lontana, il desiderio di un rapporto fra persone, il desiderio di qualcosa che duri nel tempo.

Si fa strada in lei una strana, ma innata, esigenza di un “per sempre”. E non può non parlarne con i colleghi scienziati con cui condivide le ricerche.

La tecnologia si offre di rispondere anche a questa domanda del “per sempre”, ma lo fa con i suoi strumenti. Nasce il progetto “MyLifeBits”. È un modo per raccontare la storia della nostra vita ai nostri figli e nipoti. Il suo programma aspira ad essere lo strumento definitivo per la registrazione della vita.

Tutto della nostra vita verrà “registrato”: ciò che vediamo, tutto ciò che scriviamo, cosa ascoltiamo, chi incontriamo. Questi “ricordi” verranno scaricati sul computer e questo ci darà “una sensazione di pulizia”.



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