BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IDEE/ Alberto Sordi aveva "previsto" il nostro autismo digitale...

Pubblicazione:

InfoPhoto  InfoPhoto

Nell’era della connessione permanente alla Rete ci ritroviamo sempre più soli. Dopo aver fatto fuori Dio, infatti, è scomparso dal nostro orizzonte anche il prossimo. Così, lo psicoanalista Luigi Zoja può scrivere che l’uomo di oggi è “un orfano senza precedenti nella storia”.

Detta così sembra un’affermazione da «umanisti conservatori» su una questione che, in realtà, presenta molte sfaccettature. Chi lascia le convenzioni di una vita per affacciarsi sui social media compie spesso uno strappo rispetto alla monotonia dell’esistenza. Strappo che può anche essere la coraggiosa rottura con abitudini e riti ormai vuoti. Facebook può così risultare, come scrive in un prezioso saggio l’italianista Antonio Di Grado, «quel davanzale da cui ogni giorno ti affacci per dire la tua sul mondo». Ma resta da vedere se questa forma di comunicazione virtuale riesca a superare la solitudine. Perché spesso siamo “insieme ma soli”, come documenta magistralmente l’antropologa del cyberspazio Sherry Turkle in un libro da poco tradotto in Italia. Insieme perché sempre connessi, sempre a contatto con gli amici su Facebook o su altri social media. Ma soli perché i rapporti intessuti nella Rete restano spesso soltanto virtuali e producono, alla lunga, per citare ancora Zoja, un “autismo digitale”.

Il problema ha assunto contorni talmente rilevanti da avere oltrepassato ormai i fragili confini della pedagogia o della psicologia, per divenire un rompicapo anche dei guru dell’ingegneria informatica. Perché a tutto la tecnoscienza pensa di poter dare risposta. Anche alla domanda di compagnia e di amore presente nel cuore di ogni persona.

Ogni essere umano è fatto per relazionarsi agli altri e in questo rapporto prova soddisfazione. Lo sanno anche i cyberingegneri che hanno creato robot che non si limitano solo a svolgere lavori difficili o di alta precisione (come può essere il disinnesco di ordigni o l’effettuazione di interventi chirurgici di alta precisione) ma che puntano anche a essere nostri compagni, partner sessuali, se non addirittura amici.

I robot ci si presentano come la nuova risposta alla domanda di una compagnia senza rischio di essere traditi o abbandonati. Pensiamo a quanto già accade coi nuovi giocattoli-robot per bambini: dai tamagotchi ai My Real Baby che sostituiscono ormai i giochi o le bambole di una volta. O pensiamo al robot “Caterina”, reso celebre da un film di Alberto Sordi. Il protagonista di quel film, stanco delle difficoltà nei rapporti con la moglie, con la segretaria-amante e con la cameriera, sceglie di procurarsi un robot tuttofare dalle fattezze femminili (Caterina). E come la Caterina del film, anche i robot di oggi mostrano sensibilità. Al punto tale che, i prototipi più perfezionati, ci guardano negli occhi, possono parlarci e ci chiedono di prenderci cura di loro. Per i loro ideatori sono partner ideali: le persone deludono, i robot no; i cani sono fedeli, ma muoiono; i robot no.



  PAG. SUCC. >