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ARTE/ Il buon ladrone, il coraggio di un "santo" peccatore

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Rubens, Crocifissione (1619) (Immagine d'archivio)  Rubens, Crocifissione (1619) (Immagine d'archivio)

Al di là delle diverse scelte di iconografia e di intonazione, sono davvero molti i buoni ladroni che l’arte, nel corso dei secoli, ci ha regalato. C’è, ad esempio, quello dipinto da Vincenzo Foppa nel 1450 per la tavola con I tre crocifissi custodita all’Accademia Carrara di Bergamo (ma, in questi giorni, ospitata al Museo Diocesano di Milano). È un malfattore riconciliato con Dio e con se stesso, avvolto da un velo di pace che il cattivo ladrone non potrà mai conoscere. Oppure c’è quello rappresentato nel 1521 dal Pordenone nell’enorme Crocifissione del Duomo di Cremona, un uomo grande e grosso che vorrebbe spezzare le corde per volare ad abbracciare quel Nazareno che pochi minuti prima gli ha promesso una nuova vita.

E, per venire a tempi meno lontani dai nostri, come dimenticare i buoni ladroni disegnati sul finire dell’800 da James Tissot, un vero e proprio specialista dell’iconografia cristiana? Questo pittore, famoso soprattutto per la Crocifissione vista dalla croce (un originalissimo acquerello che rappresenta il Golgota ricostruendo l’immagine che verosimilmente si presentò agli occhi di Cristo durante la sua agonia), torna più volte sul personaggio e in un foglio del Brooklyn Museum di New York lo raffigura perfino nel momento in cui, scortato da due enormi angeli, sale verso il paradiso, proprio come gli aveva garantito Gesù.

La lista dei buoni ladroni descritti dall’arte potrebbe continuare quasi all’infinito. Il più indimenticabile, però, rimane probabilmente quello raffigurato da Rubens, intorno al 1620, nella Crocifissione (nota anche come Le coup de lance) del Museo Reale di Belle Arti di Anversa. Anche se non si dimena con la foga del cattivo ladrone, questo malfattore pentito soffre molto. Si vede chiaramente. Soffre per il proprio supplizio e per quello di Gesù. Si agita, non riesce a stare fermo, ma la sua sofferenza non si traduce in disperazione perché sa di non essere solo. La frase «oggi sarai con me nel paradiso» gli riempie il cuore di speranza. E, per uno strano gioco di prospettiva, mentre la sua mano destra sembra voler fermare la lancia del soldato, la sinistra sembra aggrapparsi a Gesù. È solo un’illusione ottica, ma intanto la sua mente, quella sì, si è già aggrappata con decisione al Salvatore.

Per quasi tutti gli artisti è sul Golgota che esce allo scoperto il carattere del nostro personaggio. Fino al giorno della condanna a morte, probabilmente, la sua risolutezza non si era spinta più in là di una sciocca spavalderia, buona solo per guadagnarsi il plauso dei compagni di crimine. 



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