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PAPA/ Amore e giudizio, quelle strane parole di Francesco al Colosseo

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Papa Francesco (InfoPhoto)  Papa Francesco (InfoPhoto)

Certo, per chi ama si tratta pur sempre di uscire da sé, ma solo in quanto si rinuncia a giudicare, per accettare la misura dell’altro e in qualche modo identificarsi o rinchiudersi in essa. L’accoglienza dell’altro sarebbe dell’ordine della “carità”, opposta all’ordine della “verità”. E difatti il giudicare, dall’altro lato, viene abitualmente inteso come un condannare che ha rinunciato all’amore e alla compassione, come un misurare la misura dell’altro senza accoglierla incondizionatamente. Insomma la freddezza del vero contro il calore del buono.

Nell’esperienza descritta da Papa Francesco l’amore è invece, in quanto tale, giudizio; e il giudizio trova il suo criterio nell’accogliere l’amore come la verità della vita: «Se accolgo il suo amore sono salvato, se lo rifiuto sono condannato, non da Lui, ma da me stesso, perché Dio non condanna, Lui solo ama e salva».
La verità non è un precetto che qualcuno ci possa imporre, ma è un giudizio che noi stessi, inevitabilmente, riconosciamo perché esso viene attestato, testimoniato, starei per dire gridato dalla nostra stessa esperienza. Ciascuno di noi avverte quando la sua vita non è “vera”, anche coloro che saranno sempre restii ad ammettere che vi sia una “verità” di sé stessi. Questo è il punto più acceso della sfida: questa è appunto la “croce” di Cristo, e cioè che la verità di sé sta nell’accogliere l’amore di un altro che è più grande di me – il Padre –, cioè accogliere il fatto di essere voluti e salvati, non da se stessi, ma da un Altro.

 Questo non ha a che vedere in primo luogo con un traguardo ultraterreno (se fosse solo questo, che importerebbe in fondo rispetto alla vita), ma con la possibilità di essere liberi, ora, guardando in faccia tutto il male di cui siamo capaci e l’angustia invincibile della finitezza. Si tratta di quella libertà che tutti abbiamo sperimentato quando qualcuno ci ha perdonato, facendoci appunto giudicare cosa è vero e reale per noi. 

Forse questo permette di immedesimarsi ancora di più con la commovente insistenza di questo Papa su altre due parole: “povertà” e “pace”. Come ha detto nell’incontro con il Corpo diplomatico il 22 marzo, «sull’esempio di Francesco d’Assisi la Chiesa ha sempre cercato di avere cura, di custodire, in ogni angolo della Terra, chi soffre per l’indigenza», come «i malati, gli orfani, i senzatetto e tutti coloro che sono emarginati. (...) Ma c’è anche un’altra povertà! È la povertà spirituale dei nostri giorni, che riguarda gravemente anche i Paesi considerati più ricchi». Insieme alla povertà dell’emarginazione socio-economica, anche la povertà dell’omologazione nichilista, lì dove domina quella «“dittatura del relativismo”, che lascia ognuno come misura di se stesso e mette in pericolo la convivenza tra gli uomini». 



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