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PASQUA/ Perché lo Stabat Mater non smette di parlare al cuore in ascolto?

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Michelangelo, Pietà Vaticana (particolare) (Immagine d'archivio)  Michelangelo, Pietà Vaticana (particolare) (Immagine d'archivio)

Per spiegare questa inossidabile fortuna che si perpetua da sette secoli non ci si può che arrendere all’evidenza. Lo Stabat mater continua a parlare al cuore di chi lo ascolta e lo rimette ogni volta in scena per la ricchezza del contenuto a cui rinvia con lo squarcio delle sue nude parole. Qui si viene messi semplicemente di fronte alla realtà oggettiva dell’evento supremo da cui è stata messa in moto la salvezza aperta all’uomo mendicante, che riconosce di non potersi guarire da sé. Lo strazio di una madre ai piedi del patibolo su cui vede morire il figlio teneramente amato è la porta entrando nella quale si è sollecitati a stringere il legame totale di sé con un sacrificio che non si è concluso una volta per tutte. L’offerta del Figlio di Dio che si immola “pro peccatis suae gentis” (per i nostri, in cima a tutti gli altri) chiama a reagire, a entrare in un rapporto che riattualizza per noi, oggi, quello spargimento di sangue versato che continua a scorrere, ora.

Tutto è ripresentato come se continuasse a svolgersi sotto i nostri occhi. Fissare lo sguardo su quello che misteriosamente riaccade trascina dentro il flusso di una memoria resa incisiva e operante: che “si fa” nel momento in cui ci assimila a sé. Per questo la seconda metà esatta dello Stabat mater, dalla sesta strofa in avanti, sposta il centro della visione dalla scena cruenta del Golgota su di noi, che sostiamo davanti alla sua provocazione mai esaurita. Il fulcro intorno a cui si ruota diventano le “piaghe del Crocifisso”, che si chiede alla “Sancta Mater” di “imprimere saldamente” nel proprio “cuore”. Si procede concentrandosi sempre di più sui segni fisici delle ferite inscritte nel corpo del Redentore, quasi incorporandole a sé, identificandosi con la loro dura traccia dolorosa: si chiede di restare feriti da quelle stesse piaghe, di condividere la medesima pena patita da Cristo, di “avere parte” alla sua passione, di imparare a restare, al fianco di Maria, ai piedi della croce che salva e protegge.

Non è la deriva di una immaginazione squilibrata. Quelle ferite e quel sangue innocente sono l’esaltazione clamorosa dell’eccesso fino al quale può spingersi l’amore totalmente gratuito di Dio per l’uomo. Siamo davanti all’apologia della misericordia più piena che si rovescia come dono dal cielo sulla terra. La pietà dispiegata per accogliere nel proprio grembo l’uomo peccatore e mortale è il prodigio che accende la riconoscenza di un amore restituito e ridesta il desiderio di rendersi veramente degni del perdono divino: “Fa’ che il mio cuore arda / nell’amare Cristo Dio, / perché io gli sia gradito”.

Basta solo avere il coraggio di “guardare” fino in fondo ciò di cui siamo resi senza merito spettatori.



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