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PASQUA/ Perché lo Stabat Mater non smette di parlare al cuore in ascolto?

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Michelangelo, Pietà Vaticana (particolare) (Immagine d'archivio)  Michelangelo, Pietà Vaticana (particolare) (Immagine d'archivio)

Una tradizione di origine antica ne attribuisce la paternità al maestro della poesia religiosa tardomedievale di area italiana: Iacopone da Todi. L’opera sarebbe da collocare nella fase estrema della sua attività di autore, dopo la liberazione dalla scomunica e la fine della reclusione a cui lo aveva condannato Bonifacio VIII, a seguito della protesta dei francescani spirituali, sostenuti dalla potente famiglia dei Colonna, contro il successore del papa dimissionario Celestino V (dunque tra la fine del 1303 e la data della morte, il 25 dicembre 1306).

In realtà, l’ipotesi non è suffragata da prove certe: riflette semmai il prestigio che Iacopone da subito assunse come inventore di testi lirici messi a profitto della straordinaria fioritura della musica religiosa a cui si assisteva allora in tutta l’Europa cristiana, a cominciare dal suo cuore italiano e in senso stretto romano. Già nella fase medievale si avanzarono congetture di segno molto diverso, che al posto del capofila a cui si fa risalire la nascita del lussureggiante patrimonio delle laudi in lingua volgare chiamavano in  causa altri personaggi tra i più illustri della cultura ecclesiastica e del governo centrale della Chiesa di inizio secondo millennio (da san Bernardo e Innocenzo III fino a san Bonaventura e a Giovanni XXII), o che in qualche caso risalivano ancora più arditamente all’indietro nel tempo, fissandosi su un nome di assoluto rilievo come quello di papa Gregorio Magno (fine VI secolo).

Quel che è indiscutibile, è che lo Stabat mater non si trova riprodotto in codici manoscritti anteriori al Trecento: il secolo che vide la fine dell’entusiasmante avventura umana di Iacopone. Da quella data, inizia la prodigiosa esplosione della fortuna del compianto di Maria ai piedi della croce. Il testo si diffonde in tutti i paesi della cristianità. Si apre un varco nei libri liturgici dell’ordine francescano e più tardi del rito romano universale, a fianco di pochissime altre sequenze nate dal culto del popolo dei fedeli e inglobate nella preghiera comune del corpo dei cristiani. Comincia prestissimo a essere tradotto nei diversi idiomi nazionali, come lo spagnolo, il portoghese, l’illirico, il tedesco, ovviamente l’italiano. Con l’invenzione della stampa, la marcia di espansione guadagna nuova, incredibile energia.

Ma non c’era nemmeno la necessità di migrare nelle parlate moderne d’uso letterario perché la devota preghiera scaturita dal realismo religioso dell’ultimo Medioevo conquistasse una posizione di primato. Con il suo linguaggio diretto e coinvolgente, infarcito di parole latine che potevano essere intese anche da chi non aveva frequentato le scuole di grammatica, si offriva a una comprensione capace di conquistare di slancio quanti ne venivano raggiunti. Lo Stabat mater non era stato ideato per essere letto individualmente: era la materia di un atto collettivo, che incitava a modularsi sulle linee melodiche del canto popolare e della musica di chiesa per dare vita a un evento in cui si raccoglieva una intera comunità di persone.



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