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LETTURE/ Il caso del "noir" di Banville che da Dublino a Milano cambia titolo

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John Banville (InfoPhoto)  John Banville (InfoPhoto)

Si tratta di entrare nella logica di un romanzo per leggerlo con maggiore soddisfazione e con più consapevole responsabilità. Il che si traduce innanzitutto nel non prendere sottogamba l’identità dello scrittore che scrive qui sotto lo pseudonimo Benjamin Black come non potrebbe scrivere altrove sotto il suo vero nome di John Banville: e, a giudizio sindacabilissimo di chi scrive, scrive in questi anni come Black con un’efficacia letteraria – e con una palese autogratificazione personale – che, come Banville, non riesce attualmente a donare ai suoi lettori. 

In questo come in altri casi analoghi, è pericoloso confondere pseudonimo e nome anagrafico, anche se, come ha detto lo stesso Banville a Mario Baudino (La Stampa/Tuttolibri, 11 febbraio 2013), è stato il presidente e direttore editoriale di Guanda a chiedergli di “mantenere il nome vero in copertina, visto che già avevano lavorato così tanto in casa editrice alla mia reputazione letteraria; […] non c’era ragione per dirgli di no”. Eppure, caro Brioschi, nonostante la prevedibile condiscendenza dello scrittore, forse qualche legittima ragione – letteraria, editoriale e commerciale − c’era, se la sua richiesta non ha incontrato subito il favore dell’editore inglese e dell’agente della premiata ditta Banville/Black… 

Il buon informatore di Benjamin Black si legge tutto d’un fiato, persino più voracemente delle altre fatiche creative pubblicate sotto lo stesso pen name. È questo l’esito delle scarne linee cronachistiche della realtà che ritrae, della sua scrittura psicologica (talora prevedibilmente) netta e decisa, della chiarezza adamantina del mondo noir che tratteggia (che paradosso metaforico!). Non c’è spazio tra le sue pagine per le indeterminatezze spazio-temporali, le ambiguità ontologiche e le incertezze etico-morali che l’ultimo Banville ha invece proposto, ad esempio, nei recenti Isola con fantasmi (2009), La lettera di Newton (2010), Teoria degli infiniti (2011).     

Il protagonista de Il buon informatore, il celebre giornalista John Glass, dublinese d’origine ma residente a Manhattan, non riesce a rispettare la “trasparenza”  dell’identità onomastica (con potenziali radici nella realtà storica) che lo caratterizza: non gli riesce né nelle sue relazioni familiari, né nell’incarico apparentemente professionale di scrivere la “pittoresca storia della sua vita” (p. 31) che il suocero “Big Bill Mulholland” gli affida e che a poco a poco pare assumere i tratti (involontari?) di una torbida profferta di complicità. La sua sarà un’accettazione riluttante che, pur non giungendo mai all’atto concreto della scrittura, dimostrerà che, ben più che la gola e la spada, può ucciderne la penna, persino quando irresoluta, inattiva e silente. 

All’inizio delle sue ricerche, Glass cercherà la collaborazione di un “researcher” – termine, questo, che, nella traduzione Guanda, viene reso con tale costanza con la formula “cacciatore d’informazioni” da indurre il lettore attento a chiedersi come mai la stessa formula non sia stata impiegata in copertina al posto della fuorviante opzione “buon informatore” (non sorretta, peraltro, dalla presenza del sostantivo “informer” nel testo originale). 



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