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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

XI − La concezione che i dissidenti avevano della politica era completamente diversa dall’attività politica negli stati democratici. Generalmente, i dissidenti non si reputavano dei politici: erano scrittori, fisici, sociologi, architetti o studenti, e c’erano anche dei dissidenti che non avevano alcuna professione.

Havel ripeteva di non aver mai voluto fare il politico. Le questioni politiche lo interessavano e vi si coinvolgeva spesso, ma non voleva fare politica in modo attivo e concreto. Non aveva l’ambizione di diventare un dissidente “di mestiere”. Voleva fare lo scrittore e lavorare in teatro.

Anche per questo non aveva riflettuto a fondo sulle riforme dell’economia o del servizio sanitario. La sua personale “utopia” consisteva nel pluralismo economico e politico, nel dialogo fra la rappresentanza democratica e il giudizio dei tecnici.

Era scettico a proposito del sistema dei partiti politici. Pensava che si dovessero eleggere al parlamento delle persone concrete e non un partito. Riteneva molto importante la società civile. Temeva tutte le ideologie chiuse. Dalla prigione aveva scritto a Olga che temeva “il momento in cui un sistema ideologico diventa chiuso e completo, perfetto e universale”, più di una volta ha descritto questo momento  come il momento in cui il sistema “finisce in macerie come per un crollo fisico”, perché “la realtà gli sfugge di mano”.

Di solito, il risultato di questo crollo dell’ideologia è una generale disillusione. L’uomo disilluso perde la fiducia nel mondo e negli uomini; si convince, scrive Havel a Olga, che “tutti i valori morali, gli scopi più elevati e gli ideali, non siano altro che un’ingenua utopia, e non ci sia altro da fare che accettare che il mondo «è così come è», cioè immutabile e ignobile”. Mentre, invece, “non è l’ignobiltà del mondo a portare l’uomo alla rassegnazione (…) è la sua rassegnazione a portarlo a teorizzare l’ignobiltà del mondo”.

E poi l’uomo disilluso si evolve. Nella misura in cui si adatta a “questo mondo ignobile”, questo mondo comincia a trasformarsi in una realtà che non è più “la peggiore in assoluto”, ma è certamente migliore delle destabilizzazioni che possono provocare gli “utopisti ingenui”, che vogliono migliorare il mondo. “In questo modo”, scrive Havel, “si arriva al triste finale, al momento in cui il critico implacabile del mondo, si trasforma nel suo strenuo difensore”.

Havel riconosceva di comprendere la disillusione di tanti, perché provocata dalla debolezza, dalla solitudine e dall’impotenza dell’uomo. “Però”, scrive, “sono convinto che in questa valle di lacrime non esista nulla che possa togliere all’uomo la speranza, la fede, il senso della vita: li perdiamo solo quando siamo noi a venir meno”.

Questo commovente annuncio e questa definizione dell’atteggiamento irriducibile del dissidente, contiene alcune trappole pericolose. La più pericolosa è la trappola del fanatismo. Scrive ad Olga: “Il fanatismo è una fede che tradisce se stessa”.

Il fanatico, dapprima crede di essere “responsabile per tutto”, quanto più questa responsabilità è sconfinata, “tanto più è indifesa davanti al trauma provocato dall’evidenza della realtà del mondo così come è stato appena descritto”. E allora la fede in un’idea si trasforma nella fede in una concreta istituzione. Ed è qui “l’errore fatale”. Trasferire un’idea “dalla sfera di un sogno senza confini al terreno dei gesti umani concreti” porta l’uomo ad essere ciecamente obbediente all’istituzione in cui vede il compimento dei suoi ideali. Spesso questo è allettante: l’obbedienza sostituisce la riflessione, l’uomo è esonerato dall’imperativo di pensare in modo autonomo per passare a servire l’istituzione (ambiente, partito, setta), in cui vede la strada per realizzare il proprio “sogno sconfinato”.

E Havel aggiunge: “Il fanatico è colui, che senza rendersene conto, sostituisce l’amore per Dio con l’amore per una religione creata da lui; l’amore per la verità con l’amore per un’ideologia, una dottrina o un setta, che gli hanno promesso che la realizzeranno definitivamente; l’amore per gli uomini con l’amore per un progetto, che sostiene di essere in grado, e naturalmente di essere l’unico, di servire veramente gli uomini.

Quanto maggiore è il fanatismo di una persona, tanto più facilmente essa cambia l’oggetto della sua «fede», le basta un attimo per passare dalla fede nel maoismo alla fede nei Testimoni di Geova, o viceversa, senza minimamente diminuire la propria dedizione”. Il fanatismo può rendere la vita più facile, ma il prezzo è la distruzione della vita stessa. Il destino tragico del fanatico sta in questo: il bel sogno umano di “farsi carico della sofferenza di tutto il mondo, alla fine non fa altro che moltiplicare la sofferenza: organizzando i campi di concentramento, l’inquisizione, omicidi e sentenze di morte”.



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