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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

XII − Torniamo adesso a Jan Patocka, mentore intellettuale e autorità morale per i dissidenti cechi. Nel periodo della “normalizzazione” scrisse: “Oggi l’intellettuale ha tre modi possibili di agire: l’emigrazione interiore, come Platone, il compromesso, come i Sofisti, o una coerente vita nella verità, il conflitto con il potere e la morte, come Socrate”.

E scrisse nel saggio su Tomas Garrigue Masaryk, il primo presidente della Cecoslovacchia: “La maggior parte dei filosofi ha immaginato uno stato ideale, ma nel corso di tutta la storia solo ad un pensatore è stato concesso di poterlo realizzare, attraverso una concreta azione politica: a Masaryk, appunto”.

Havel ha fatto un secondo tentativo del genere e, come Socrate, scelse senza compromessi di essere in conflitto con il potere. E inaspettatamente, per un concorso di circostanze, ecco che Socrate diviene Pericle: nel dicembre 1989, Havel viene eletto presidente della Cecoslovacchia.

Già nel suo primo discorso in occasione del nuovo anno, il primo gennaio 1990, descrivendo le condizioni dello stato dopo anni di dittatura, pronunciò queste frasi memorabili: “Siamo malati, perché ci siamo abituati a dire una cosa e a pensarne un’altra (…). Penso a tutti noi. Infatti, tutti ci siamo abituati al sistema totalitario e lo abbiamo ritenuto immutabile. In questo modo lo abbiamo tenuto in vita. In altre parole, tutti, anche se, ovviamente, in misura diversa, siamo responsabili per il funzionamento della macchina totalitaria. Nessuno di noi è stato soltanto una vittima, ma tutti ne siamo stati anche i co-autori”.

Il nuovo presidente parlò anche della necessità di far memoria di coloro che “durante la guerra salvarono l’onore delle nostre nazioni, che hanno opposto resistenza ai governi totalitari o che, semplicemente, sono riusciti a rimanere se stessi, a pensare in modo libero”. Parlò della necessità di una giustizia applicata da tribunali indipendenti. Sottolineò che il pericolo maggiore non era rappresentato dai comunisti o dalle “mafie internazionali”. “Il pericolo maggiore”, disse, “sono i nostri difetti: indifferenza verso la cosa pubblica, orgoglio, eccessive ambizioni personali, egoismo”.

Si riferì alla tradizione di Masaryk, che “aveva fondato la politica sui principi morali”. Disse: “Proviamo a far rinascere una politica come quella”, cioè una politica capace di contribuire alla felicità dell’uomo senza ingannarlo. Infatti, “la politica non deve essere solo l’arte del possibile, soprattutto se con la parola arte si intendono speculazione, calcolo, intrighi, accordi segreti e manovre pragmatiche, ma può anche essere l’arte dell’impossibile, cioè l’arte di rendere migliori se stessi e il mondo”.

Concludendo, disse di sognare “una repubblica umana, al servizio dell’uomo” e per questo di sperare che anche “l’uomo possa essere al servizio della politica”.

Questo era il credo di Socrate ormai divenuto Pericle. La storia della vita di Havel fino al primo gennaio 1990 era stata una specie di bella favola con un finale meraviglioso. In quel momento molti di noi, dissidenti fino al giorno prima, la pensavano allo stesso modo: poiché fino a questo momento era andato tutto bene, anche adesso…

Di lì a poco, però, la favola finì.

 

XIII − Già nel febbraio 1990, nell’anniversario del febbraio 1948, Havel ebbe una brutta sorpresa. In quel momento era al massimo della popolarità, parlava ad un pubblico ben disposto, ma quando annunciò l’abolizione della pena di morte, si levò un brusio di protesta. “A quanto pare”, disse anni dopo, “per una qualche ragione, la pena di morte piace molto al popolo”. Quello fu uno dei primi segnali della “fine dalla favola”: si era rivelato un altro volto di quella società che per anni aveva tenuto nascoste tutte le sue facce, quelle migliori e quelle peggiori.

Anni dopo (nel 2005) parlò dell’“atmosfera soffocante” che aveva intorno dopo la “fine dalla favola”. Scrisse: “Sembrava che l’ideale della solidarietà fosse al di sopra di tutto, invece in sostanza si trattava dell’ideale della mediocrità, della banalità, di un oscurantismo piccolo borghese (…). Fu allora che l’ostilità verso gli ex dissidenti raggiunse il suo apice”.

Molti anni dopo annotò: “Subito dopo la rivoluzione, e dopo la riconquista della libertà, si diffuse un’ossessione anticomunista molto particolare. Come se alcuni, che per anni avevano taciuto (…) ed erano stati ben attenti a non esporsi, improvvisamente sentissero il bisogno di reagire con grandi gesti alle precedenti umiliazioni o alla consapevolezza di non essere stati all’altezza. Per questo presero di mira coloro che meno di altri li giudicavano, cioè i dissidenti. Infatti, per loro erano una spina nel fianco, l’esempio del fatto che, volendolo, era stato possibile non essere completamente sottomessi.

È curioso che negli anni in cui i dissidenti sembravano un gruppo di folli don Chisciotte, l’ostilità nei loro confronti non era stata così forte come negli anni successivi, quando la storia aveva dato loro ragione. Questo era troppo, questo era imperdonabile! E quanto più era evidente che i dissidenti non rimproveravano nessuno e non accusavano nessuno (e, Dio ce ne scampi, non si ritenevano un esempio per nessuno) tanto più, paradossalmente, cresceva la rabbia contro di loro. Quindi, in ultima analisi, qualsiasi neo anticomunista se la prendeva di più con i dissidenti che con i rappresentanti del vecchio regime.



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