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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

Da qui nacque la leggenda sull’estremismo di sinistra dei dissidenti, sul loro essere una “élite” chiusa (come possono ritenersi una élite uomini che per interi decenni sono stati chiusi nei locali caldaia o in prigione e non per questo si sentivano superiori?), che non avevano il giusto rispetto per le illuminate istituzioni occidentali, eccetera, eccetera (…). Questa ideologia è ben contenuta in un articolo in cui si affermava che i dissidenti non avevano avuto nessun merito particolare nella caduta del comunismo, il comunismo era caduto grazie ai cittadini «normali» che si erano comportanti in modo «normale», perché, occupandosi solo dei propri interessi, di tanto in tanto avevano rubato un mattone dai cantieri.

Ovviamente, questa interpretazione è molto gradita ad una società che vi trova la conferma ultima della ragionevolezza delle proprie scelte: adesso che possiamo farlo, esaltiamo il capitalismo e condanniamo tutti quelli che lo criticano, mentre un tempo, quando non lo potevamo fare, andavamo obbedientemente a votare per i comunisti (…) per difendere noi stessi. E chi è che non fa altro che agitare sempre le acque? I dissidenti di estrema sinistra”.

Havel vedeva in tutto questo “la piccolezza ceca” e la sua filosofia: “Non immischiarti in questioni non tue, piegati e inchinati: siamo circondati dalle montagne, tutte le tempeste del mondo voleranno sopra le nostre teste, e noi continueremo a razzolare nel nostro cortile”.

“Nella nostra storia – Havel torna spesso su questo concetto – abbiamo visto ripetersi situazioni, in cui la società si è lanciata in un’azione, ma poi i suoi capi hanno fatto un passo indietro (…) hanno ceduto davanti a qualcosa, hanno sacrificato qualcosa, ovviamente sempre per salvare l’esistenza della nazione. La società ne è stata dapprima traumatizzata, ma poi ben presto ha rinunciato a tutto (cioè «ha capito le ragioni dei propri capi»), ed infine è caduta nell’apatia, o addirittura nell’incoscienza (…). Così è accaduto negli anni dopo Monaco, nel periodo del Protettorato, negli anni 50, e nel 1968, dopo l’occupazione sovietica. In un primo momento, si sentono frasi del tipo: «Ci hanno tradito», «Si sono alleati tutti contro di noi», e poi: «Non c’è nessun senso», e alla fine qualcuno lancia il grido del nazionalismo, e arrivano gli slogan sugli «interessi nazionali», e la tacita approvazione della persecuzione di una qualche minoranza. Vince la «super-cechicità» nella sua versione peggiore”.

Il “Super-ceco” è il simbolo dell’oscurantismo e dell’odio verso tutti coloro che la pensano in modo diverso. E allora, ecco gli appelli: “Liberiamoci degli Ebrei, poi dei Tedeschi, poi dei borghesi, poi dei dissidenti, poi degli Slovacchi – e chi sarà il prossimo? I Rom? Gli omosessuali? Tutti gli stranieri? Chi rimarrà qui? I «Super-cechi» dal sangue puro, nel loro cortile”.

Dopo il 1989, il “Super-ceco” ha trovato una formula più sottile: l’antieuropeismo che però secondo Havel racchiude “un identico rapporto con il mondo: perché mai dobbiamo consultarci con qualcuno? Perché dobbiamo ascoltare un altro? Perché dobbiamo condividere il potere con un estraneo? Perché dobbiamo aiutare uno straniero? A cosa ci servono le loro norme tecniche? (…) «Noi ce la facciamo da soli», e questo altro non è se non il nuovo volto della «super-cechicità»”.

“Ma attenzione” –sottolinea Havel – “il «Super-ceco» ha il coraggio di mostrare i denti e di strillare i suoi slogan di guerra, solo quando non c’è niente che lo minacci. Invece, se ha a che fare con un avversario forte, abbassa le orecchie e diventa servile”.

Penso che ami davvero la propria patria solo chi ha il coraggio di dirle le verità più scomode.

 

XIV − Dopo qualche decina d’anni (settembre 2002), Havel disse: “Solo adesso comincio a capire che in realtà tutto questo non è stato altro che una diabolica trappola del destino. Infatti, da un giorno all’altro sono stato catapultato nel mondo delle favole, per poi crollare a terra e rimanervi per molti anni”.

Queste parole di Havel mi stupirono molto: per lui il mondo delle favole era cominciato quando fu eletto presidente; per me in quel momento la favola era già finita. Infatti, fin dai primi giorni di libertà cominciò il tempo della lotta con quella dura materia che è la realtà. I discorsi di Havel Presidente riflettono in modo perfetto i dilemmi e le ambiguità, i successi e le delusioni di quel periodo.

Nell’agosto del 1990, cogliendo di sorpresa molti amici, Havel disse: “la nostra rivoluzione è incompiuta”, perché dietro i problemi quotidiani “si celano i tentacoli di mafie invisibili”, che cercano “di impadronirsi di un patrimonio che non appartiene loro, di creare delle società per azioni sospette, di trovare il modo per far fruttare capitali ottenuti illegalmente. In modo invisibile, questi tentacoli si avvinghiano a tutta la nostra economia”.



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