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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

Erano giudizi sconvolgenti. Nel linguaggio di quel periodo risuonavano come un appello a purghe personali e creavano un clima di terrore davanti ad un nemico onnipresente. Appelli di questo tipo, del resto, si sentivano anche al di fuori della Cecoslovacchia: dopo la fase della lotta per la libertà, era cominciata la fase della lotta per il potere. Secondo una successiva definizione di Havel,  “alcuni pensatori nazionali improvvisamente illuminati” si servivano di questi slogan, e degli appelli alla de-comunizzazione e alla lustrazione, per denigrare “coloro che, bene o male, provavano a ripristinare la democrazia”. Per questo mi sono chiesto più volte se quelle formule “rivoluzione incompiuta” e “tentacoli invisibili” esprimessero una vera convinzione di Havel, o se egli stesse usando tatticamente gli slogan dei populisti radicali per dare un altro significato a quelle parole, che suonavano così minacciose.

Non so rispondere a questa domanda. In ogni caso penso che, se Havel ha sbagliato la diagnosi parlando di “rivoluzione incompiuta”, certamente non intendeva scatenare una “caccia alle streghe” e non auspicava lo scoppio di un’ondata di odio post-rivoluzionario. Sicuramente egli comprendeva bene il senso della tattica in politica, ma non accettò mai la tesi secondo cui “la politica deve essere sporca”. Ripeteva cocciutamente: “Chi dice che la politica è sporca, la rende sporca”.

Anche per questo, nei suoi discorsi era molto diretto e brutalmente sincero, anche quando parlava dei propri errori e delle proprie illusioni. Riconosceva spesso di peccare di impazienza. “Ho ceduto alla convinzione idiota di essere il signore sovrano della realtà” − ammise − “Questo è stato un errore!”.

La storia cambia per gradi e per accelerare il cambiamento non la si deve manipolare violentemente. Il mondo non è una macchina. “Bisogna seminare la semente e con pazienza innaffiare la terra che la copre, lasciando alla pianta tutto il tempo di cui ha bisogno. Non possiamo ingannare la pianta, e neppure la storia. Anch’essa va innaffiata e curata. Con pazienza, umiltà e amore”.

 

XV − Havel fece anche osservare che la perdita dei vecchi valori e un certo vuoto assiologico generano frustrazione. E la frustrazione provoca tendenze pericolose: si cominciano a chiedere un governo dal pugno di ferro e uno stato nazionalistico, etnicamente “puro”. Si comincia a cercare il “colpevole della frustrazione, per sconfiggerlo e curare così la ferita inferta al sentimento del proprio valore”.

Nel 1993 Havel fece un elenco: “il significativo aumento della criminalità, la violenza collettiva, l’intolleranza, il razzismo, l’antisemitismo, la xenofobia cui si resta indifferenti, la crescente corruzione, la «febbre dell’oro» e la convinzione che la vita sia una jungla, che homo hominis lupus sono i sintomi più evidenti della particolare condizione in cui si trova la società dopo il crollo del sistema di valori dello stato totalitario”. Da qui nasce un atteggiamento di generale sospetto, la ricerca degli scandali, “questo sbraitare per soffocare i propri complessi”. Tornano sulla scena le tradizioni peggiori della storia ceca: il provincialismo, il servilismo davanti ai potenti e la brutalità davanti ai deboli, il tentativo di “scivolare nella storia ad ogni costo, anche a costo di perdere la faccia”.

Leggendo queste parole così dure di Havel, uomo mite e delicato, ho pensato che stavo leggendo un rapporto dall’“inferno polacco” di quegli anni e degli anni seguenti.

Nonostante l’evidente successo della trasformazione democratica, Havel subì anche alcune sconfitte dolorose. Una di queste fu il dissolvimento della repubblica cecoslovacca. Havel era contrario, e fece molto per costruire “una vera federazione democratica, in cui potessero sentirsi bene tutti”. Ma dovette riconoscere che “questi sforzi non ebbero successo”.

Havel è sempre rimasto fedele alla sua convinzione che le istituzioni della società civile avessero un grande valore. Era convinto che “lo stato democratico non possa essere composto unicamente dall’amministrazione, dai partiti politici e dalle aziende private”, perché in uno stato di tal genere “la nostra vita si appiattirebbe, appassirebbe, si ridurrebbe solo alla ricerca del guadagno”.

Questa posizione fu oggetto di conflitto, spesso mascherato, con Vaclav Klause. Havel fece un’allusione molto chiara: “Oggi sentiamo spesso la parola «standardizzato»: creiamo un’economia di mercato standardizzata, un sistema politico standardizzato, partiti standardizzati, votiamo decreti e leggi standardizzati (…), guardiamo pubblicità standardizzate … Però dovremmo stare attenti a non cominciare a professare la fede nella «standardizzazione» in quanto tale (…). Perché è la vita stessa a non essere un fenomeno standardizzato, e sarei terrorizzato da un mondo che mi imponesse di avere una moglie standardizzata, un sorriso standardizzato o un’anima standardizzata, o di essere uno scrittore o un presidente standardizzato.



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