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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

Sì, certo, vorrei una società civile standardizzata. Ma questo che cosa significa? Nient’altro che il rispetto per tutto ciò che non è standardizzato, che è eccezionale, non comune, individuale, o addirittura, in un modo o nell’altro, provocatorio. Questo significa avere rispetto per la vita e il suo mistero,  avere fiducia nell’animo umano e simpatia per tutti gli esseri non standardizzati, che sono felici nel rendere felici gli altri”.

Havel ha sempre, e con coerenza, criticato di qualsiasi stato ideologico: la Seconda Guerra Mondiale e la guerra in Jugoslavia hanno mostrato l’essenza dello “stato etnicamente puro”. Il comunismo ha mostrato l’essenza dello stato “ideologico e classista”. L’idea dello stato religioso è evidente nel fondamentalismo di alcuni stati islamici. “Un’ideologia che costruisce lo stato unicamente su ciò che divide gli uomini, non può che portare alla violenza”.

“Oggi uno stato fondato sui principi civili, sui principi che uniscono gli uomini e non su quelli che li dividono, e non soffocano nessuna diversa identità dell’uomo” è l’unica alternativa ad uno stato programmaticamente nazionalista. La condizione per realizzare uno stato di questo genere è l’esistenza della società civile.

Havel non era un cosmopolita. Ha sempre sottolineato il proprio orgoglio per la sua identità ceca e per la tradizione ceca resa illustre dai nomi di Hus e Comneno, Masaryk e Patocka. Ma, come ogni vero patriota democratico, sapeva anche guardare criticamente ai momenti oscuri della storia della sua patria.

 

XVI − Già nella lettera ad Aleksandr Dubcek (1969), Vaclav Havel aveva ricordato l’esempio di Edward Benes e il 1938.

“In quel periodo, proprio voi, i comunisti, rifiutaste decisamente la suggestiva ideologia della capitolazione, perché avevate giustamente compreso che una sconfitta di fatto non deve significare anche una sconfitta morale, che una vittoria morale, con il passare del tempo, può trasformarsi in successo, ma questo non potrà mai accadere ad una sconfitta morale”.

Alla radice del drammatico dilemma di Benes c’era il tradimento suicida della Francia e della Gran Bretagna, che consegnarono la Cecoslovacchia nelle mani di Hitler. Benes si trovò davanti ad una scelta: combattere da solo Hitler, o capitolare?

“Sapeva bene” – scrisse Havel – “che era giusto non cedere a quel diktat e decidere di difendere il paese. Ma sapeva anche che cosa poteva significare: decine o centinaia di migliaia di vittime, distruzioni belliche e (…) una sconfitta davanti ad un nemico incomparabilmente più forte. Sapeva che quella decisione avrebbe certamente suscitato le incomprensioni e le proteste del mondo democratico, che avrebbe considerato Benes il distruttore della pace, un provocatore e un azzardato che sperava ingenuamente di coinvolgere anche le altre nazioni in una guerra inutile. Decise, quindi, di capitolare senza combattere, perché gli sembrò una posizione più responsabile rispetto al rischio di una sconfitta che sarebbe costata tante vittime”.

Il risultato della capitolazione di Benes del 1938, ed anche di quella del 1948, provocò un “profondo trauma nella società e la perdita per molto tempo dei suoi valori morali”. Fece la sua comparsa anche un “particolare tipo di frustrazione”: la democrazia si era arresa senza combattere. Havel riconobbe onestamente che negli anni della dissidenza aveva sempre giudicato la decisione di Benes un “errore fatale”, e che in quegli anni non gli era difficile avere un giudizio netto. Adesso, invece, che era divenuto presidente, aveva la consapevolezza del peso che grava su chi è responsabile “del destino dei propri concittadini e dei loro discendenti”.

E nel 1995 si chiese che cosa avrebbe fatto al posto dei suoi predecessori. Rispose prudentemente: “non lo so”. La scelta di una resistenza armata avrebbe certamente causato molte vittime e sofferenze. Però, forse, avrebbe evitato altre perdite “provocate da una ferita così all’integrità morale della comunità nazionale”.

Havel disse sinteticamente: “Penso solo che avrei preso decisioni diverse dalle loro”. Però non escluse di pensarla così, perché sapeva “quello che loro non sapevano: a che cosa avrebbero portato quelle decisioni”.

“In ultima analisi” – aggiunse – “mi sarei rivolto alla mia coscienza, al mio istinto morale, a ciò che è in me e mi trascende”.

Leggendo le riflessioni di Havel, mi sono soffermato spesso sul dilemma di Benes. Comprendo l’assiologia di Havel, ma comprendo anche le argomentazioni di Benes. Ognuno ha il diritto di rischiare la propria vita: Havel lo ha fatto sopportando delle conseguenze che meritano tutta la nostra ammirazione. Ma è lecito mettere a repentaglio la vita di centinaia di migliaia di persone?

Max Weber vedeva in questo il conflitto tra l’etica delle convinzioni e l’etica della responsabilità. Havel lo ha definito come conflitto tra il pragmatismo e la morale. Per un politico onesto spesso questa è una scelta tragica: questo è, infatti, il senso di tutto il dibattito sul “male minore”. Nella situazione dei Cechi del 1938, ritengo che la resistenza fosse indispensabile, e che invece il confronto militare (a meno che non fosse stato solo simbolico), forse, sarebbe stato un errore. In questo deve consistere la saggezza politica di “una piccola nazione”.



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