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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

Del resto, Havel precisò il proprio punto di vista nell’intervista fiume con Karel Hvizd’ala: “Se lei vuole sacrificare la vita per la libertà di tutti noi, può farlo. Posso farlo anch’io. Ma né lei, né io, abbiamo il diritto di costringere qualcun altro a farlo o di sacrificare la vita di chicchessia, senza chiedergli il permesso”.

Dopo qualche tempo, tornò nel dibattito europeo il tema delle cosiddette deportazioni, e con esso dei decreti di Benes sull’espulsione dei Tedeschi dalla Cecoslovacchia. Per alcuni politici tedeschi Benes era il simbolo del male. Havel allora scrisse un articolo dedicato ai dilemmi di Benes.

In quell’occasione pose l’accento su alcuni punti. Ricordò di essere sempre stato critico verso la decisione di Benes di capitolare nel 1938, e verso i decreti sulla deportazione di un milione di Tedeschi dal territorio della Cecoslovacchia dopo la sconfitta del Terzo Reich. Al tempo stesso, ricordò tutto ciò che Benes aveva realizzato: nel 1930 aveva incarnato le migliori tradizioni democratiche europee, era stato uno degli artefici della Lega delle Nazioni, aveva messo in guardia dal nazismo e “aveva cercato di strappare dal sonno l’Occidente. Purtroppo senza risultati”. Hitler aveva mandato in campo di concentramento i parenti di Benes. Durante l’emigrazione a Londra, era diventato il simbolo della lotta dei Cechi contro il nazismo, come De Gaulle lo era stato per i Francesi.

Perché aveva ritenuto che per una pace duratura fosse necessario espellere i Tedeschi? Scrisse Havel: “Possiamo rispondere a questa domanda in modo superficiale, e mettere sullo stesso piano Benes, Stalin e Milosevic, ma questo sarebbe veramente troppo riduttivo. Infatti, anche politici del calibro di Churchill e Roosvelt erano convinti, come il presidente della Cecoslovacchia, che l’espulsione fosse indispensabile”.

Allo stesso tempo, Havel individuò la ragione segreta della campagna anti-Benes scatenata dall’Associazione dei deportati: “Dobbiamo chiederci se, scaricando tutta la responsabilità su un uomo solo, non ci sia per caso qualcuno che vuole sfuggire alle proprie responsabilità”.

Le affermazioni di Havel su Benes non contengono giudizi diversi, ma è il contesto in cui vennero pronunciate ad essere diverso. Il primo articolo di Havel era rivolto ai Cechi, e la sua linea era la ricerca della verità nel linguaggio dell’etica delle convinzioni; nel secondo articolo scriveva agli stranieri e la sua linea era la ricerca della verità nel linguaggio dell’etica della responsabilità.

 

XVII − La tensione fra l’etica delle convinzioni e l’etica della responsabilità accompagnò anche l’azione politica di Havel presidente. Egli si trovò di fronte ad un dilemma difficile: “Il parlamento ha deliberato una legge, che dal punto di vista morale ritengo cattiva, ma che secondo la costituzione devo firmare”.

Si trattava della legge che proibiva di lavorare per l’amministrazione statale a chi in passato aveva violato i diritti umani.

Secondo Havel, “questa legge si basa sul principio della responsabilità collettiva e proibisce  ad alcune persone di svolgere determinate funzioni, unicamente per la loro passata appartenenza a determinate organizzazioni, o istituzioni, descritte in modo sommario, senza riconoscere loro il diritto ad essere giudicate individualmente, e questo costituisce un’evidente violazione dei principi dello stato democratico di diritto. Inoltre, in questo caso i documenti interni della polizia segreta comunista sono l’unica, più autorevole, e definitiva «testimonianza di moralità»”.

Ricordo le discussioni su questa legge. Personalmente la giudicavo molto più negativamente di quanto non facesse Havel e gli consigliai di non firmarla. Vi scorgevo un elemento della strategia dei populisti radicali, che volevano trasformare l’anticomunismo d’ufficio in ideologia della repubblica. Vaclav, nel suo giudizio, era più prudente. Scrisse: “E’ una legge molto severa, ma si tratta di una norma straordinaria e necessaria. Però, dal punto di vista dei diritti umani fondamentali è una legge che solleva molti problemi”. 

Rifiutarsi di firmare poteva scatenare un conflitto aperto tra il presidente e il parlamento e una crisi politica nello stato. Spiegò Havel: “Sarebbe stato un gesto di disobbedienza civile tipica del dissidente, moralmente ineccepibile, ma politicamente molto rischioso”.

Havel firmò la legge. Essa apriva la strada ad una “lustrazione selvaggia”. In un’intervista per “Gazeta Wyborcza” disse che “la pubblicazione su «Rude Pravo» della lista dei supposti collaboratori dei Servizi di Sicurezza causò molte tragedie umane”. I due autori di quella pubblicazione (d’altro canto ex firmatari di Charta ’77) intentarono ad Havel una causa per diffamazione. La dichiarazione di Havel al tribunale di Praga è un classico della pubblicistica anti lustrazione.

L’imputato Havel citò molte delle lettere che aveva ricevuto, che descrivevano le tragedie umane provocate dalla pubblicazione della lista. Le persone della lista, benché spesso fossero assolutamente innocenti, “furono diffamate per sempre senza nessuna possibilità di ripulirsi”.



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