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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

Disse ancora Havel: “Molte persone si sono ritrovate sulla lista senza saperlo, molte altre perché avevano accettato un invito di qualche agente segreto al ristorante, altre, invece, hanno ceduto e hanno firmato un qualche pezzo di carta, perché si trovavano in un momento di difficoltà (di cui voi qui presenti, che mi accusate, non potete neppure avere una vaga idea), erano straziate fisicamente e psicologicamente, o erano ricattate nei modi più diversi, il più delle volte erano minacciate di ritorsioni sui loro figli, o i loro parenti. Spesso non sapevano neppure che cosa stessero firmando; spesso la cosa finì con quella firma apposta qualche decennio prima, perché in seguito queste persone trovarono il coraggio di rifiutarsi di collaborare, e per questo furono poi punite”.

E aggiunse: “Non escludo che una parte di coloro che mi hanno scritto abbia una coscienza non totalmente pulita, e cerchi di presentare di se stesso un’immagine migliore di quanto non sia in realtà”.

Poi si chiese: “Però, sulla base di quale diritto, una persona può essere condannata senza processo, in modo selvaggio e sospetto, senza darle la possibilità di difendersi? Sulla base di quale diritto devono soffrire i suoi figli e i suoi parenti, che non sapevano niente di quel suo momento di debolezza? Perché devono essere messi alla berlina uomini ormai defunti, che si sono portati la propria storia nella tomba?

La nostra società per interi decenni ha subito le illegalità di un potere, che non esitava ad usare tutti gli strumenti della violenza e del ricatto (…). Tenevano in ostaggio soprattutto i figli, perché il loro futuro dipendeva dall’obbedienza dei genitori. La nostra nazione, come altre, non è composta solo da eroi, e per questo molti hanno cercato, più o meno bene, di ingannare il potere, appagandolo con piccole concessioni, senza consegnargli l’anima, ad esempio riferendo colloqui del tutto innocenti con gli inquisiti. Ma relazioni di questo genere hanno potuto far iscrivere decine di persone nei registri della polizia.

Le ricerche serie ci dimostrano che i delatori attivi erano una minoranza, mentre la maggior parte delle persone contenute nelle liste sono colpevoli solo di avere accettato un contatto passivo con i servizi di sicurezza, o addirittura non hanno fatto neppure questo. In gran parte, le persone di queste liste erano state perseguitate e avevano sofferto in un modo che difficilmente possono immaginare coloro che sono riusciti a scivolare indenni attraverso la vecchia epoca solo perché valevano così poco da non suscitare alcun interesse nei servizi di sicurezza.

Le cosiddette liste dei cosiddetti collaboratori dei servizi hanno un’origine molto poco chiara, sono piene di dati sbagliati e molte cose fanno supporre che siano opera di qualche astuto «disinformatore» che milita nelle fila dei servizi, e questo vale sia per coloro che negli anni le hanno compilate, sia per coloro che le hanno passate alla stampa (…). Ritengo che tutta questa faccenda sia uno dei maggiori successi dei servizi segreti. Per molti anni sono riusciti ad avvelenare l’atmosfera dello stato democratico, a mobilitare la plebaglia, che gode soprattutto quando riesce a far del male agli altri, e a metterle cinicamente in mano la bandiera dell’anticomunismo (…).

Questi giudici auto referenziati che siedono qui, sul banco dell’accusa, non sono altro che i continuatori dell’ideologia comunista dell’odio, della vendetta e delle violazioni della legge tipiche del totalitarismo. Quello che hanno scritto è soltanto una cloaca che diffonde male e odio”.

Vaclav Havel, presidente-dissidente, fece una diagnosi perfetta. In quanto presidente si lasciò guidare dall’etica della responsabilità, in quanto accusato attinse all’etica delle convinzioni del dissidente.

 

XVIII − Negli scritti di Havel non c’è mai odio. Una volta ammise di non essere capace di odiare. La sua divisa, spesso schernita dai cinici, dai furbi e dagli stupidi, era questa frase: “La verità e l’amore devono vincere sulla menzogna e sull’odio”.

Però, Havel sapeva anche osservare con attenzione, benché senza alcuna empatia, “gli uomini dell’odio”. Descrisse le sue osservazioni nel magnifico saggio Anatomia dell’odio; si tratta di una conferenza pronunciata nell’estate del 1990 ad Oslo. Ascoltai quella conferenza e ricordo bene che fui affascinato dalla semplicità e dalla logica ferrea di quelle riflessioni.

E allora, chi sono secondo Havel “gli uomini dell’odio”? Sono persone molto operose. “Il loro odio mi sembra sempre che nasca da un qualche grande sogno incompiuto (…), o da un’enorme ambizione (…). Si tratta di uomini che si sentono sempre, ostinatamente ed esageratamente vittime di un torto (…). Vorrebbero essere stimati ed amati da tutti, e sono dolorosamente convinti che gli altri siano ingiusti ed ingrati nei loro confronti, poiché non solo non li rispettano e non li ammirano come dovrebbero, ma al contrario – per lo meno così pensano – li disprezzano (…).

Chi odia, inconsciamente, crede di essere l’unico vero depositario della verità e quindi di essere una specie di super uomo, o addirittura di essere un dio (…). L’odio è la caratteristica diabolica dell’angelo caduto: è la condizione di un’anima che vorrebbe essere Dio, o crede di esserlo, che però sperimenta continuamente e dolorosamente di non esserlo (…). Per chi odia, l’odio in sé è più importante dell’oggetto cui è rivolto, e quindi riesce a cambiare oggetto molto rapidamente, benché il suo atteggiamento di fondo non muti (…).



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