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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

Chi odia, non sa sorridere, sa solo fare delle smorfie. Non è capace di vera ironia, perché non conosce l’autoironia. Infatti, sa ridere veramente solo chi sa ridere di se stesso (…). Chi odia un singolo uomo, è capace quasi sempre di cedere all’odio collettivo e di diffonderlo attivamente (…).

L’odio collettivo libera gli uomini dalla solitudine, dal senso di abbandono e di impotenza e dall’anonimato, e per questo li libera dal complesso di essere sottovalutati e di non avere successo. Infatti, propone loro una comunità e crea una sorta particolare di fratellanza (…). Questi uomini possono continuamente rassicurarsi a vicenda sul proprio valore, facendo a gara nel mostrare il proprio odio per il gruppo in cui individuano i supposti colpevoli dei torti da loro subiti.”

L’odio collettivo nasce in modo impercettibile. “Infatti, c’è tutta una serie di gradi del pensiero collettivo, apparentemente innocenti, che inavvertitamente, ma inesorabilmente gettano le basi per i successivi livelli dell’odio, ci sono dei campi fertili ed ubertosi in cui i semi attecchiscono facilmente e cominciano a germogliare abbondantemente”.

In conclusione Havel osserva: “Diversi osservatori ritengono che l’attuale (1990) Europa Centro Orientale sia una potenziale polveriera, perché sarebbe un territorio in cui si stanno diffondendo nazionalismi, intolleranze etniche e in cui si vedono molti segnali di odio collettivo (…). Non condivido il pessimismo di questi osservatori, anche se riconosco che se non saremo vigili e non avremo un grande buon senso, questa parte d’Europa potrebbe diventare la miccia per un’esplosione di odio collettivo”.

Vaclav Havel fu vigile e mostrò sempre grande buon senso in tutti gli anni a seguire.

Queste citazioni danno un’immagine della profondità delle riflessioni di Havel sul tema dell’odio. Chi ha osservato le vicende delle trasformazioni delle società postcomuniste, e soprattutto la tragedia della guerra in Jugoslavia, può facilmente apprezzarne la precisione. Per questo, il saggio di Havel dovrebbe diventare una lettura obbligatoria nelle scuole di tutti i paesi dell’Europa Centro Orientale.

 

XIX − È impossibile prendere in esame tutta la ricchezza degli scritti di Vaclav Havel, nemmeno con un articolo molto più lungo di questo. È saggistica al massimo livello, dello stesso livello della saggistica di George Orwell e Hanna Arendt, Josif Brodski e Istvan Bibò, Leszek Kolakowski e Czeslaw Milosz. Havel è uno scrittore estremamente sensibile all’annuncio cristiano. Si è detto convinto che “alla base di tutte le religioni ci sono le idee di tolleranza, aiuto al prossimo e comprensione dell’altro, cioè semplicemente le idee del bene che Dio si aspetta dall’uomo”.

Ricevendo nel 1999 il premio di san Wojciech (sant’Adalberto, ndt), disse del santo patrono:

“Nelle sue azioni terrene riportò, di fatto, solo sconfitte, fu incompreso, continuamente perseguitato dal destino e dal suo ambiente”. E allora chi è per i nostri giorni? “E’ lo specchio della nostra piccolezza e del nostro egoismo, è un continuo richiamo per la nostra coscienza”. “Il suo annuncio è un delicato, ma continuo, smuovere l’acqua stagnante, facendoci vedere che ci stiamo allontanando dagli ideali in nome della cosiddetta realtà”.

Non sono uno specialista della storia di san Wojciech, però ritengo che gli storici parleranno di Havel nello stesso modo, anche se Havel in politica non ha subito un così gran numero di sconfitte: anche di lui scriveranno che è stato la coscienza del suo tempo, un profeta in mezzo ai pragmatici, uno che smuoveva l’acqua ferma dello stagno europeo.

Oggi Havel non è più un politico. È di nuovo uno scrittore originale e indomito, che non lascia tranquilli. Ma è stato anche un tipo particolare di politico, come Martin Luther King, il Mahatma Gandhi, Nelson Mandela, Andrej Sacharov, Jacek Kuron; in politica è stato un uomo della testimonianza, una delle grandi autorità morali del proprio tempo.

Inoltre, è stato un presidente assolutamente non banale, perché non è banale come uomo. Si sentiva legato alla tradizione della contestazione del 1968; ha detto di sé: “sono della generazione dei Beatles”. Guardava con simpatia al movimento degli hippies, alla musica e all’arte degli anni 60, ai ragazzi e alle ragazze che passeggiavano scalzi per New York con le catenine al collo.

Da dissidente adorava la musica dei Rolling Stones o di Franck Zappa, che poi da presidente ospitò a Praga. Sempre da dissidente organizzò la protesta di massa contro il processo ai musicisti del gruppo “The Plastic People of the Universe”. Vide nella loro musica e nel loro atteggiamento “l’espressione degli uomini oppressi dalla miseria di questo mondo”, una purezza e un pudore e una tristezza metafisica. La protesta contro il processo ai Plastic People unì i più diversi ambiti dell’opposizione, e portò alla nascita di Charta ’77. Anni dopo, da presidente, Havel partecipava volentieri ai concerti dei Plastic.



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