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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

Da dissidente, era un lettore appassionato della filosofia di Heidegger, di Patocka e di Levinas, e possiamo ritrovare facilmente le tracce di questa sua passione nei discorsi che pronunciò da presidente.

Quando era ancora un letterato alle prime armi, fu il primo a scrivere un saggio sui testi di Bohumil Hrabal; da presidente della repubblica, invitò Hrabal a bere un boccale di birra con il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton.

Non trovava piacere negli incontri con il primo ministro Vaclav Klaus. Erano diversi in tutto: nel temperamento, nella statura, nel sistema di valori, nella biografia, nel senso dell’umorismo. Klaus era abile e diligente, ma era anche un narcisista senza scrupoli, un uomo di cui Havel scrisse: “o teme qualcuno, o umilia qualcuno”.

Dopo le prime elezioni democratiche al parlamento, il Forum Civico Ceco e la slovacca Società Contro la Violenza decisero insieme che Klaus non sarebbe stato il ministro delle finanze del nuovo governo. Gli Slovacchi volevano quel ministero. Ad Havel, in quanto presidente, fu affidato “lo sgradito compito” di informare Klaus che non sarebbe diventato ministro, ma presidente della Banca Nazionale.

“Purtroppo” – scrive Havel – “ho fallito vergognosamente quella missione. Quando lo dissi a Klaus, mi rispose che era escluso, che tutto il mondo lo conosceva come ministro cecoslovacco delle finanze, che non poteva ricoprire nessun altro incarico e che la sua uscita dal governo sarebbe stata una catastrofe per tutto il paese. E io, invece di dirgli che quella era la decisione della forza politica che aveva vinto le elezioni e che se non voleva andare alla Banca, poteva fare quello che gli pareva, cedetti con educazione e mormorai qualcosa del tipo «Sì, va bene». Il Forum Civico si arrabbiò con me, perché non avevo fatto quello che dovevo, e l’ostilità di Klaus nei miei confronti si trasformò in odio. Mi comportai veramente da pessimo politico: non avevo fatto quello che avevo promesso e in più ero riuscito a far arrabbiare tutti”.

Lo si vede benissimo nel film Il cittadino Havel, documentario fiume girato durante entrambi i suoi mandati presidenziali. Quanti politici sanno parlare di sé con questo distacco e questa ironia?

Havel è stato un politico atipico. Infastidiva per il suo idealismo,  per il suo modo di dire la verità, per il coraggio con cui si opponeva all’opinione pubblica istupidita. Ha realizzato una politica che veniva dalla convinzione che “benché nessuno di noi da solo” possa salvare il mondo, tuttavia egli doveva “agire come se lo potessi fare”.

Parlando così, era irritante. In questo senso non è stato un politico dei suoi tempi, benché abbia lasciato un segno forte sul proprio tempo.

Quindi, in politica chi era? Era – ripeto una metafora di Havel – “come l’albatros di Baudelaire – che continuamente si solleva un po’ da terra, perché un paio di «enormi ali» disturbano il suo calpestio”.

Questo albatros della politica ceca ha cocciutamente fatto i conti con una domanda evidentemente non politica: con la domanda sul senso della vita. Per lui questa domanda si identificava con la domanda religiosa sull’“orizzonte assoluto”.

 

XX − Jan Patocka aveva messo a confronto le tradizioni della grande storia ceca e della piccola storia ceca. G. Masaryk era il simbolo della prima: un uomo coraggioso, deciso e coerente. Benes era il simbolo della seconda: “una mediocrità ambiziosa, diligente, chiacchierona, un uomo debole”. Scrive Patocka: “E su un uomo del genere ricadde (nel 1938) il fardello di decidere il futuro profilo morale della nazione ceca. Dovette scegliere, e scelse la meschinità”.

Non so se Patocka sia troppo severo nei confronti di Benes. So, però, che Havel ha guidato i Cechi sul cammino della Grande Storia.

Continueranno a percorrerlo?



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