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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

Durante la Primavera di Praga, fece parte del gruppo dei radicali apartitici, che criticavano i comunisti riformisti per l’eccessiva prudenza e la mancanza di immaginazione sulle intenzioni dell’Unione Sovietica. Nel periodo della “normalizzazione”, dopo l’intervento sovietico, gli fu proibito pubblicare. Secondo le parole di un pubblicista ceco, quello fu anche il periodo del “crollo della società in un baratro morale”, che coinvolse anche molti conoscenti di Havel.

 

III − In quel triste periodo, l’istinto di uomo di teatro non abbandonò mai Havel. Nel gennaio 1969, trovò nel suo appartamento di Praga un microfono. L’agente di polizia chiamato da Havel si rifiutò di redigere il verbale e chiese che gli venisse consegnato l’apparecchio. Havel, prima descrisse l’accaduto sulla stampa (era ancora possibile), provocando quasi uno scandalo, poi ne fece un aneddoto divertente, che raccontava in modo colorito, facendo divertire gli amici.

Negli anni seguenti – 1970-1974 – visse con la moglie Olga nella sua casa di campagna “Hradecek” sui monti Sudeti. Era continuamente controllato dai servizi di sicurezza, nei giorni feriali e in quelli festivi, d’estate e d’inverno.

Una volta, come racconta Pavel Kosatik, biografo di Olga Havel, ebbe compassione per la sorte degli agenti intirizziti che stazionavano davanti a casa sua e portò loro un grog. In un primo momento, ligi al regolamento, rifiutarono, ma poi bevvero d’un fiato le tazze lasciate per loro.

I gesti da Buon Samaritano di Vaclav facevano infuriare Olga; invece Jacek Kuron quando, in veste di candidato alla presidenza polacca, andò a trovare Havel a “Hradecek” ascoltò questi racconti con gioia e comprendendoli a fondo. Anche lui era fatto così. Un’altra volta, mentre era in macchina, Havel si accorse che la macchina dei servizi segreti che lo stava seguendo era finita in un fosso. Si fermò e tirò fuori gli agenti dal fosso.

Ha ricordato negli anni 80: “Avevo continuamente una «scorta», spesso venivo interrogato (…), più di una volta sono finito agli arresti domiciliari, ricevevo ingiurie e minacce da parte di «ignoti», mi mettevano sottosopra la casa, mi graffiavano la macchina. Era il periodo caldo dei raid della polizia, delle fughe dalla «scorta», dei nascondigli nei boschi, delle perquisizioni e del frenetico bruciare o mangiarsi i documenti più svariati, era anche, tra l’altro, il periodo dei nostri incontri sul confine con i dissidenti polacchi (io, famoso anti-camminatore, fui costretto per ben cinque volte ad arrampicarmi sul monte Sniezka, ma fui premiato: ebbi la possibilità di conoscere personalmente Adam Michnik, Jacek Kuron e gli altri membri del KOR e diventare loro amico per tutta la vita)”.

Fu allora, nell’estate del 1978, sul monte Sniezka, che cominciò la mia personale avventura con Vaclav Havel.

 

IV − Fu un incontro importante: fu la testimonianza simbolica dell’unità degli intenti e dei valori dell’opposizione democratica in Polonia e in Cecoslovacchia. In quell’occasione noi, uomini del KOR e di Charta ’77, preparammo una dichiarazione comune per il decimo anniversario della Primavera di Praga, del Marzo polacco e dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia.

Ascoltai un colloquio di Havel con Kuron. Come erano vicini nel loro anticomunismo e nel loro antifascismo, nella loro fede nell’importanza di costruire le strutture della società civile, nella comprensione dei movimenti dissidenti che avevano creato.

Jacek aveva una mentalità a-filosofica: la sua filosofia era l’azione. Per Jacek la politica era il naturale elemento del suo essere un appassionato educatore. Fin d’allora brillava per il suo talento di oratore. Vaclav era piuttosto un intellettuale: quello che diceva aveva un grande retroterra filosofico, e faceva riferimento ad Heidegger e Patocka. Mi colpì il suo sfuggire a qualsiasi classificazione: non era un comunista ribelle (a differenza di Jacek), non era un cattolico, non era né un conservatore, né un liberale, né un socialdemocratico. Cordiale, silenzioso, con il distacco dello scrittore e del filosofo dal rumore della realtà. Semplicemente era un democratico o un uomo timido, pacifico ed umile, ma dotato di un grande coraggio, di una grande immaginazione e di un’enorme coerenza. 



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