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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

Verso la fine dell’incontro, Vaclav estrasse dallo zaino un pane, del formaggio e dell’affettato da offrire a noi Polacchi che non avevamo portato niente da mangiare. Tirò fuori anche una bottiglia, sull’etichetta c’era un cacciatore. Era una bottiglia di vodka: “La vodka del cacciatore”. Disse: “Non abbiamo il socialismo dal volto umano, ma almeno abbiamo la vodka dal volto umano”. E ce la bevemmo.

Quell’incontro fu certamente un gesto eroico (le conseguenze per tutti noi, ma soprattutto per i Cechi, potevano essere molto gravi), ma fu anche divertente. Ci faceva ridere la prevedibile reazione dei servizi di sicurezza di entrambi i nostri paesi se lo fossero venuti a sapere: un incontro illegale di alcuni criminali di entrambi i paesi, che ritenevano necessario che le loro nazioni iniziassero ad essere amiche e a collaborare, c’era qualcosa del teatro dell’assurdo. Pensai: “in fondo il teatro dell’assurdo è sempre stato la specialità di Havel”.

Havel aveva spiegato che il teatro dell’assurdo non era né patetico, né didattico. Era “scandalosamente umoristico”. Non era neppure nichilista. “Non offre né consolazione, né speranza. Ci ricorda semplicemente come viviamo: senza speranza. In questo consiste il suo compito di monito”.

Nel 1974, per alcuni mesi Havel lavorò in una fabbrica di birra. Quell’esperienza gli ispirò la trama dell’opera L’udienza.

Il capo della fabbrica di birra, al quale i superiori avevano ingiunto di spiare Vanek, scrittore e dissidente (alter ego di Havel), gli propone di redigere lui stesso i rapporti alla polizia segreta. Vanek si rifiuta: “Per una questione di principio”.

In risposta ascolta lo sfogo del capo della fabbrica: “Ah sì? E così tu te ne freghi di me? Io posso essere un porco! Io posso rotolarmi in questa merda, io non conto, io sono solo un povero cafone della fabbrica di birra, vero? Ma lei, lei non può entrarci! Io posso sporcarmi di fango, purché lei rimanga pulito! Perché lei ha dei principi! E quello che succede agli altri non le interessa! Purché lei rimanga bello e lindo! I principi per lei sono più importanti delle persone! (…)

Voi, intellettuali! Gran signori! Solo parole garbate, solo che voi potete permettervelo, perché a voi non può succedere niente, tutti si interessano a voi, voi ve la cavate sempre, voi vincete sempre, anche se siete a terra (…) Principi! Come potreste non difenderli, questi vostri principi? In fondo vi convengono alla grande, li vendete benissimo, ci guadagnate un sacco, voi vivete grazie a questi principi, e io? Io posso solo ricevere degli schiaffi (…). Io servo solo per fare il letame su cui crescono i vostri principi, per procurarvi le stanze al calduccio per il vostro eroismo e perché alla fine ci sia qualcuno da sbeffeggiare! Tu un giorno tornerai dalle tue attrici e ti vanterai di come hai fatto rotolare le botti, e sarai un eroe! E io? Da chi potrò tornare? Chi si accorgerà di me?”.

Molti dissidenti in quegli anni hanno ascoltato sfoghi come questo!

 

V − Prima di conoscere Vaclav Havel, avevo letto il saggio di Karel Čapek, fantastico scrittore ceco, dal titolo Un posto per Jonathan, scritto nel 1938. Scrive Čapek: “Tutta la nazione, tutto il Reich, si è convertito alla fede nel biologismo animale, nella razza e in altre idiozie del genere, attenzione: tutta la nazione, compresi i professori delle università, i sacerdoti, i letterati, i medici e gli avvocati. Vi sembra possibile che sia stata propugnata una dottrina così bestiale e che ogni uomo colto di questo coltissimo Reich si sia limitato solo a scuotere le braccia e a dire che non si sarebbe lasciato coinvolgere in conflitti e discussioni primitive (…)?

Sembra che nell’attuale situazione del mondo l’intellighenzia abbia davanti a sé tre strade: la correità, la viltà o il martirio. Però c’è una quarta via: non tradire la propria disciplina spirituale, neppure nelle circostanze più difficili e non tradire e non rinunciare a nessun costo ad uno spirito indomito e consapevole (…).

Possiamo in qualche modo aiutare il mondo? Se avessi la certezza che non possiamo fare niente, deporrei le armi e sarei profondamente angosciato, ma sento che ancora (…) si possono combattere il fanatismo e la bestialità, che ancora è possibile non imporre, ma comprendere (…), che ancora tutti possiamo essere ragionevoli, che ancora l’esperienza, la conoscenza, le leggi dello spirito e le leggi della coscienza possono tornare a guidarci”.

È difficile immaginare una descrizione migliore dell’eredità storica con cui Havel si è confrontato per tutta la vita.



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