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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

Il 10 maggio 2012 il Parlamento europeo, su proposta di “Gariwo, la foresta dei Giusti” ha istituito la Giornata europea dei Giusti, che si celebra per la prima volta domani, 6 marzo, a Milano. La Giornata è dedicata a coloro che hanno difeso in modo esemplare la dignità della vita contro l’oppressione delle ideologie totalitarie, rappresentando in tal modo, con la loro vita, una memoria perenne del bene.

Gariwo ricorderà in una cerimonia pubblica (maggiori dettagli sul sito di Gariwo), Fridtjof Nansen, Dimitar Peshev, Samir Kassir e Vaclav Havel, drammaturgo, dissidente, tra i fondatori di Charta ’77 e primo presidente della Repubblica Ceca.

Ilsussidiario.net, insieme a Gariwo, ricorda Havel con il lungo articolo di Adam Michnik che presentiamo integralmente, uscito l’8 e 9 ottobre 2011 su Gazeta Wyborcza con il titolo “Saggio su Dio, Il diavolo e l’amico Vacek” (sottotitolo: All’ex presidente della Cecoslovacchia e della Repubblica ceca in occasione del suo 75 compleanno. “La vera prova per l’uomo non è il ruolo che ha ricoperto o che ha pensato per sé, ma come ha svolto il ruolo che gli è stato affidato dal destino”; Jan Patocka). La traduzione dal polacco è di Annalia Guglielmi.

 

I - Bohumil Hrabal ha scritto in una delle Lettere a Kwiecienka: “Cara Kwiecienka, in questo giorno in cui Vaclav Havel è divenuto il nuovo presidente di questa nostra Repubblica, mentre l’entusiasmo rompeva gli argini, perché un fiume di lacrime aveva gonfiato la corrente della Moldava, ho percorso la Via Regale, completamente tappezzata di manifesti e scritte, tanto che non c’era più neppure un pezzo di muro o di vetrina libero, e l’entusiasmo degli studenti, che traspariva da tutti i loro gesti, esprimeva la volontà che diventasse il loro presidente questo uomo giovane come gli altri, questo uomo che è la misura non solo della nostra vita politica, ma che è la misura di tutto il mondo…”

È evidente che Havel in quel momento, tra il 1989 e il 1990, era l’indiscusso leader della Rivoluzione di Velluto, ed era adorato. Sembra che dietro le quinte, un illustre professore gli abbia detto: “Lei è più importante di Dio”. La sua candidatura alla presidenza era sostenuta dalla piazza, dalle organizzazioni nate dai circoli dell’opposizione democratica, ed anche da tutti gli ambienti ufficiali, dalla Lega delle Donne e addirittura dall’Armata Popolare Cecoslovacca.

Tutti i deputati votarono per lui, anche quelli, ricordava Havel a distanza di anni, che “ancora qualche giorno o qualche settimana prima chiedevano di mettermi in carcere”. Il Parlamento era circondato da un’immensa folla che offriva ai deputati il pane e il sale. Era un modo per invitarli alla concordia e a votare per Havel.

Il suo nome e la sua fotografia erano dappertutto. Lo scrittore e dissidente, il prigioniero politico era diventato il biglietto da visita della nuova Cecoslovacchia e la stella dei mass media di tutto il mondo. Anni dopo, Havel dirà: “In seguito ho pagato cari quei momenti di gloria. La rabbia per il proprio precedente servilismo non era l’unica ragione della successiva ostilità di molti nei miei confronti. Non meno importante, anzi, forse molto più importante, fu certamente il fatto che spesso io ho incarnato le idee della minoranza, e per questo non corrispondevo all’idea che generalmente si ha dei politici intesi come espressione delle idee o della mentalità della maggioranza della società. Anche se non l’ho mai voluto, molti – non solo negli anni della dissidenza, ma anche in quelli della presidenza – mi hanno considerato un pungolo per le loro coscienze. E questo è imperdonabile”.

 

II - Nel periodo del comunismo, Havel aveva sentito su di sé i giudizi più disparati, ad esempio era stato accusato di essere il rampollo borghese di una famiglia di multimilionari, che possedevano metà di Praga. Aveva, allora, pazientemente spiegato che suo padre era un imprenditore edile (aveva costruito il quartiere residenziale di Praga Barandov), e che dopo il febbraio 1948 e il colpo di stato comunista la sua famiglia era stata privata del patrimonio e minacciata di essere espulsa da Praga, mentre a lui venne impedito di iscriversi all’università. Aveva quindi cominciato a lavorare come tecnico, mentre contemporaneamente studiava al ginnasio serale.

Ricorda: “Se non ci fosse stato il febbraio 1948, molto probabilmente avrei fatto il ginnasio inglese e avrei cominciato a frequentare la facoltà di filosofia, mi sarei laureato senza essermelo veramente meritato, avrei avuto una Mercedes sportiva e sicuramente sarei diventato qualcosa a metà tra un uomo di cultura (molto più di quanto non lo sia oggi) e un rampollo della gioventù dorata”.

Cominciò a scrivere presto, e presto cominciò a collaborare con i teatri d’avanguardia e studenteschi. Cominciò anche a dire quello che pensava della politica. Negli anni 60 i teatri iniziarono a mettere in scena le sue prime opere: Garden Party e Memorandum. Nello stesso periodo era anche uno dei redattori della rivista letteraria “Tvar”, che ben presto però fu chiusa dalla nomenclatura del partito. 



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