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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

Il grande filosofo ceco Jan Patočka ha scritto che i Cechi, una piccola nazione dell’Europa, hanno avuto la loro “grande” storia e la loro “piccola” storia. “Grande” quando hanno affrontato in modo autonomo e creativo le grandi problematiche universali. Questo è accaduto, ad esempio,  quando i Cechi sono stati l’avamposto del movimento riformista europeo e hanno aperto davanti al cristianesimo occidentale la strada verso un cristianesimo “laico”. La “piccola storia” ha dominato i Cechi quando si sono rinchiusi, o “sono stati rinchiusi”, nella banalità del provincialismo.

L’epoca stalinista è stata certamente un periodo della “piccola storia” dei Cechi. Invece, la Primavera di Praga del 1968, insieme ai fermenti culturali che l’hanno preceduta, ha portato la Cecoslovacchia sulla strada della “Grande Storia”. In quel periodo la cultura ceca: cinema, letteratura, progetti politici, conquistò il mondo. In quel momento la Cecoslovacchia pose al mondo le domande fondamentali: è possibile un socialismo democratico, un socialismo dal volto umano? È possibile la fine pacifica della dittatura comunista? 

La voce di Havel fu particolarmente importante in mezzo alle tante voci che si levarono per porre queste domande e cercare una risposta.

Il Cremlino rispose con l’intervento militare, che fermò il cammino verso la libertà. E allora la piccola nazione dovette cercare una risposta alla domanda su come vivere la sconfitta. Scrisse in quegli anni Milan Kundera: “E’ piccola la nazione la cui esistenza può essere messa in discussione in qualsiasi momento, che può scomparire, e che lo sa”.

Questa consapevolezza ha sempre accompagnato i leader della Cecoslovacchia, soprattutto Benes, presidente della repubblica nel 1938, e Dubcek, capo del Partito Comunista Cecoslovacco durante la Primavera di Praga. Troviamo una testimonianza del suo modo di pensare nella Lettera che Havel scrisse ad Aleksandr Dubcek in quel memorabile 1968.

In Cecoslovacchia l’opinione pubblica era divisa. Alcuni dicevano: “Salviamo il salvabile” e cercavano di convincere Dubcek a cercare un compromesso e a fare concessioni. Altri sostenevano che con le concessioni non si sarebbe salvato nulla. Dicevano: “Abbiamo perso, era impossibile vincere lo scontro con l’esercito sovietico. Però almeno, cerchiamo di perdere con dignità, infatti la dignità e la verità sono il nostro patrimonio più grande”. Havel faceva parte del secondo gruppo. Scrisse a Dubcek: “Per l’opinione pubblica mondiale Lei è il simbolo del tentativo cecoslovacco di creare un «socialismo dal volto umano». La nostra società vede in Lei un uomo onesto, coraggioso e degno di fiducia. La gente (…) sa che Lei non è capace di tradire”.

Invece, i comunisti che vogliono “ripristinare il vecchio ordine” nascondendosi dietro i carri armati sovietici, vogliono che “proprio Lei divenga il principale accusatore della propria politica e che Lei pubblicamente sostenga l’intervento che ha distrutto quella politica (…). Vogliono metterLa in ginocchio, quindi, a loro non basta che Lei abbia perso il potere. Vogliono di più: vogliono che Lei perda anche la faccia”.

È in gioco qualcosa di molto più grande dell’onore e della dignità personali di Dubcek, scrive Havel, è in gioco “l’onore e la dignità di tutti coloro che hanno avuto fiducia nella Sua politica e che oggi, impossibilitati a parlare, vedono in Lei l’ultima speranza per cercare di salvare l’unica cosa che ancora si può salvare del tentativo cecoslovacco : il rispetto per se stessi”. Se sceglierai la strada della verità, spiegò a Dubcek, la gente capirà che “bisogna sempre salvaguardare gli ideali e la spina dorsale morale”.

E concluse: “A volte ci sono dei momenti in cui un politico può ottenere un vero successo politico, solo se dimentica tutta la trama delle ragioni politiche, delle analisi o del calcolo e si comporta semplicemente da uomo per bene. Nel mondo disumanizzato delle manipolazioni politiche, alcuni semplici criteri umani possono avere l’effetto di un fulmine, che improvvisamente illumina il buio circostante con il suo raggio di luce”.

Dubcek non rispose alla lettera. Non condannò mai la propria politica, ma non ebbe neppure il coraggio, come sappiamo, di scegliere una sconfitta dignitosa e di rimanere fedele alla verità. Scelse la strategia delle concessioni, del silenzio e dell’attesa, scelta che, del resto, non lo salvò dall’umiliazione e dall’emarginazione. Percorse la strada dello “scivolare nella storia come il soldato Svejk”.

Havel percorse un’altra strada.

 

VI − Da una lettera dalla prigione a Olga: “Ho sempre messo al di sopra di tutto la fedeltà e – come dico sempre – la perseveranza, e devo dire che con il passare degli anni apprezzo sempre di più queste caratteristiche. Questo non è un amore conservatore dello status quo, ma solo il rispetto per l’identità e la tradizione umane”.



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