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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

VII − Le citazioni dalla lettera di Dubcek per me sono state fondamentali anche per ragioni sentimentali. Nel 1968 e negli anni seguenti ero rinchiuso in una cella del carcere di Varsavia nel quartiere di Mokotow e seguivo gli eventi cecoslovacchi con la sua stessa emozione. Ovviamente, non conoscevo la lettera di Havel, ma osservavo con tristezza la capitolazione dei leader della Primavera di Praga. Poco tempo fa ho sentito la poesiola “Tutta la Polonia aspetta il suo Dubcek”. In quel momento non lo aspettava più nessuno. (Solo dopo vent’anni è stata pubblicata da noi la poesiola “Havel al Wawel”).

La repressione della Primavera di Praga e la capitolazione dei leader del Partito Comunista Cecoslovacco, a parte poche eccezioni, come ad esempio Frantisek Kriegl, fecero morire la speranza in una forza riformatrice all’interno del partito comunista, nella possibilità di democratizzare il sistema dall’alto, in un nuovo Ottobre Polacco. Ormai non pensavamo più a come democratizzare il sistema comunista. Cominciammo a pensare a come bisognava difendersi. 

I percorsi della riflessione polacca e cecoslovacca erano simili, e ci portarono al KOR e a Charta ’77. Quindi, innanzitutto bisognava osservare attentamente questo sistema e descriverne la natura dalla prospettiva di uomini preoccupati per i valori che venivano calpestati.

A questo servì in quel periodo la saggistica politica di Leszek Kolakowski; a questo servì la lettera di Havel a Gustav Husak, il nuovo capo del Partito Comunista Cecoslovacco.

Dopo l’intervento sovietico, sopraggiunse il triste periodo della “normalizzazione”, in cui gli scrittori, i filosofi o gli storici disobbedienti potevano lavorare solo come camerieri, fuochisti o guardiani notturni. La “normalizzazione” trasformò la Cecoslovacchia in un deserto culturale; fu il periodo della capitolazione di alcuni e dell’emigrazione di altri.

Havel vinse la tentazione di emigrare. Scelse il destino di uomo emarginato, di uomo spirituale (secondo la definizione di Patocka), il destino del dissidente, rischiando il carcere o l’annientamento. La lettera a Husak fu un chiaro guanto di sfida lanciato alla dittatura.

In quella lettera Havel scrive apertamente al dittatore che in Cecoslovacchia domina il terrore. Il terrore, esito dello strapotere della polizia, genera menzogna e conformismo, egoismo e carrierismo, e la corruzione di tutte le norme morali. Il terrore è necessario alle élite al potere perché nel paese ci sia pace. E la pace c’è: la pace di un obitorio.

Havel mette in guardia il dittatore: “sotto la crosta dell’immobilismo scorre un ruscello invisibile, che  lentamente ed impercettibilmente la corroderà. Potrà essere necessario molto tempo, ma un giorno accadrà: la crosta comincerà a spaccarsi”.

Ricorda a Husak che se un uomo  deve dichiarare tutti i giorni di amare un potere che non sopporta, questo non significa che “in lui si sia spento uno dei sentimenti fondamentali: il sentimento dell’umiliazione”. Chi sa combattere a viso aperto contro la propria umiliazione, riuscirà anche dimenticare di essere stato umiliato; invece, chi sopporterà a lungo e in silenzio l’umiliazione, se ne ricorderà per molto tempo. “Nulla sarà dimenticato: tutta la paura, tutta la doppiezza, tutta questa imbarazzante e indegna pagliacciata (…). In queste circostanze è difficile prevedere tutte le possibili varianti della futura «ora della verità», cioè di come un giorno questa società, così ampiamente e palesemente umiliata, chiederà soddisfazione”.

Credo che nessuno di noi sia riuscito ad immaginare la rivoluzione di velluto e la seguente corsa alla “lustrazione” e alla decomunizzazione.

 

VIII − La cancelleria di Husak rispedì ad Havel la lettera scrivendo che l’autore “l’aveva inviata ai servizi segreti nemici, dimostrando così la propria ostilità verso la patria”.

Quella lettera fu come un lampo nella buia notte della normalizzazione di Husak. E fu anche il presagio di Charta ’77.

Charta ’77 era una “comunità libera, informale ed aperta di uomini di diverse convinzioni, diverse religioni e diverse professioni, legati dalla volontà di operare, individualmente e insieme, per il rispetto dei diritti civili ed umani”. I primi firmatari della Charta furono Jiri Hajek, capo del Ministero degli Esteri durante la Primavera di Praga, Vaclav Havel e Jan Patocka, che morì di lì a poco, dopo una serie di pesantissimi interrogatori nella sede dei servizi di sicurezza. Qualche giorno prima di morire Patocka scrisse: “Molti mi chiedono se Charta ’77 non faccia peggiorare la situazione della nostra società. Rispondo loro con chiarezza: nessun servilismo ha mai migliorato le cose, ma le ha sempre fatte peggiorare. Quanto maggiore sono stati il terrore e il servilismo, tanto più il potere si è spinto, si spinge e si spingerà oltre. Non c’è altro modo per diminuirne la pressione, se non farlo sentire insicuro, dimostrargli che l’ingiustizia e la discriminazione non vengono dimenticate, che non annegano nelle acque del silenzio”.



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