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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

Non a caso, Havel dedicò il suo famoso saggio Il potere dei senza potere “alla memoria di Jan Patocka”. Infatti fu Patocka a parlare nei suoi Saggi eretici della solidarietà di “coloro che hanno subito il crollo” nella fede nel conformismo quotidiano.

Ed è proprio così che Havel ha inteso il senso morale del movimento “dissidente” (benché non amasse questa definizione) raccolto attorno a Charta ’77. Scrisse: “Finalmente bisogna dire insieme e ad alta voce la verità, indipendentemente dalle conseguenze, ed indipendentemente  dall’incertezza della speranza che questo gesto possa portare ad un risultato tangibile in un tempo prevedibile”.

Il potere dei senza potere è la sintesi più matura della genesi, della filosofia politica e dell’ethos dei movimenti dissidenti dell’Europa Centro Orientale. Durante l’incontro di Sniezka noi, amici polacchi e cecoslovacchi, decidemmo di preparare un libro comune che raccogliesse alcuni articoli sulle nostre esperienze e le nostre previsioni. I Cechi scrissero la loro parte, noi non ci riuscimmo. Invece, pubblicammo Il potere dei senza potere, e altri testi, nella rivista trimestrale “Krytyka”.

Il saggio di Havel parla della nascita di Charta ’77, di quella solidarietà di “coloro che hanno subito il crollo” del “potere dei senza potere” (i dissidenti) e dell’“impotenza dei potenti” (gli uomini dell’apparato). “L’impotenza dei potenti” dipende dalla natura del potere, che può reprimere, ma non genera nulla, è irrigidito, ha perso ogni moralità. Infatti, coloro che sono costretti a vivere nella menzogna e nell’umiliazione sono assetati di verità e dignità. Ha scritto acutamente Havel: “E’ come un’arma batteriologica, con la quale, in condizioni adeguate, un unico civile può sconfiggere un’intera divisione armata!”

Molte dichiarazioni di Havel erano vicine alle idee della gente raccolta attorno al KOR, soprattutto a quelle di Kuron. C’erano, però, anche delle differenze.

Entrambi erano distanti dal modello occidentale di democrazia parlamentare. La democrazia parlamentare, di cui Kuron era comunque un sostenitore, garantisce alla persona la libertà di scelta, ma le permette di realizzare le sue aspirazioni ideali solo nel tempo libero. Mentre non riesce a garantirlo durante il tempo dedicato al lavoro. Kuron riteneva quindi che il fine dell’opposizione democratica fosse l’emancipazione del mondo del lavoro.

L’obiezione di Havel al parlamentarismo è di altro tipo: la crisi delle dittature comuniste, la cui ideologia era diventata ormai un banale consumismo, è un aspetto di una crisi molto più profonda: la crisi della “civiltà tecnologica in quanto tale”.

Havel ripete con Heidegger che la crisi nasce dall’impotenza dell’uomo di fronte alla forza planetaria della tecnologia, che “è sfuggita di mano all’uomo, ha cessato di essere al suo servizio, lo ha reso schiavo e lo ha costretto a supportarla mentre gli sta preparando lo sterminio”. 

In questa situazione, la democrazia parlamentare tradizionale, secondo Havel, non è una soluzione. “Il modo con cui manipola l’uomo è soltanto infinitamente più sottile e molto più raffinato rispetto ai metodi brutali del sistema post-totalitario”.

Havel non sapeva come uscire da questa crisi, ma pensava ad una “rivoluzione esistenziale”, che avrebbe portato ad una “ricostruzione della società”. In altre parole, ripeteva con Heidegger: “ormai solo un qualche Dio ci può salvare”.

Tuttavia, Havel riconosceva che in un paese del blocco sovietico, il parlamentarismo tradizionale “potrebbe essere un’adeguata soluzione transitoria, per iniziare a ricostruire l’autocoscienza ferita dei cittadini, per far nuovamente comprendere il valore della discussione politica, e per creare le condizioni che portino alla creazione di un elementare pluralismo politico in quanto intenzione fondamentale della vita”.

Havel inseriva l’ethos del dissidente e il progetto politico di Charta ’77 all’interno dell’orizzonte della sua visione filosofica del futuro.

Ad una prima lettura non mi risultarono immediatamente chiari alcuni concetti di Havel, anche se erano tutti affascinanti e fonte di ispirazione. Non mi soffermai troppo sulle profezie di Heidegger e sulla “rivoluzione esistenziale” di Havel; sapevo e vedevo che Havel, ed insieme a lui altri dissidenti, stavano realizzando una rivoluzione esistenziale nella propria vita e nel proprio ambiente, scegliendo la libertà, e pagandone il prezzo, scegliendo quell’unica strada per vivere nella verità.



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