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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

IX − Per Vaclav Havel vivere nella verità voleva dire dare testimonianza con la propria vita. Questo era il suo “potere dei senza potere” e il suo atteggiamento durante la prigionia ne è una chiara testimonianza. Lo scrittore aveva capito che il potere comunista voleva umiliarlo, ridurlo a uno straccio, sputargli in faccia.

Quando fu arrestato per qualche mese nel 1977, Havel commise l’errore tipico di ogni carcerato debuttante: spedì alle autorità una richiesta di scarcerazione, pensando che non avesse alcun valore. Un brano di questa domanda, avulso dal suo contesto e commentato in modo tendenzioso fu pubblicato sulla stampa ufficiale. Ed egli venne liberato.

La liberazione venne interpretata da molti come un premio per la sua capitolazione. Queste calunnie e gli equivoci che ne seguirono lo fecero soffrire molto e rimasero impressi a lungo nella sua memoria. Anche dopo l’arresto del 1979, gli fecero capire che sarebbe stato liberato subito se avesse accettato di emigrare negli Stati Uniti. A quei tempi spesso erano questi i dilemmi dei dissidenti: la libertà all’estero, o il carcere in patria. Molti fecero scelte diverse, Havel scelse il carcere.

Una descrizione commovente di questa scelta è contenuta nelle lettere che scrisse a Olga dal carcere.

Subito dopo la sentenza (a quattro anni e mezzo), nel gennaio 1980 scrisse che avrebbe resistito: “Sono un ostinato di un Ceco e lo rimarrò per sempre”. Qualche tempo dopo (nell’agosto 1980) si chiese: “è cambiato forse il mondo attorno a noi? Si è forse spostato il significato? Perché improvvisamente tanti amici partono?”.

Non condannava coloro che se ne andavano. Capiva bene che ad un certo punto non se ne potesse più di essere continuamente spiati, di aspettare tutti i giorni di essere arrestati e di avere sempre paura che un manoscritto potesse cadere nelle mani della polizia segreta. Tutto questo logorava spiritualmente e fisicamente e provocava depressione e rassegnazione. Ecco cosa scrisse ad Olga (settembre 1980): “Uno dei temi relativamente più frequenti delle mie riflessioni e fantasticherie, quando la mia mente ‘vaga’, sono gli amici che sono partiti. L’andamento abituale delle mie meditazioni è questo: all’inizio ci sono un po’ di tristezza e un briciolo di invidia (per i loro successi artistici) ed anche un po’ di angoscia (finalmente possono fare di nuovo quello che gli interessa, sono pieni di lavoro, liberi da tutte queste infinite preoccupazioni, ormai da tempo forse considerano inutili i nostri sforzi, e dall’altra parte ci sono io, privato di tutto questo e senza alcuna possibilità di lavorare in un teatro…) – quindi all’inizio le mie meditazioni cominciano così – ma alla fine di queste riflessioni c’è una particolare gioia interiore, perché sono qui dove devo essere, perché non ho fatto niente tradendo me stesso, perché non ho approfittato di nessuna scappatoia e perché in mezzo a tutte queste mie sofferenze non c’è la peggiore delle sofferenze (che ho già conosciuto sulla mia pelle), e cioè la sensazione di non essere stato all’altezza della situazione”.

Il problema della “libertà pagata con l’emigrazione” si era già presentato ad altri prigionieri e alle loro mogli, tra gli altri a Vaclav Benda, condannato nello stesso processo di Havel.

Benda, scrisse Pavel Kosatik, aveva considerato due conseguenze di un eventuale esilio: “da un lato le conseguenze morali sugli amici, dall’altro la consapevolezza, relativamente consolatoria, che la cosa peggiore che potesse capitare ad un attivista della Charta in fondo non erano né la morte, né lunghi anni di carcere, ma la proposta di ricevere il passaporto per emigrare”.

La moglie di Benda, Kamila, con cui Olga Havel parlò a lungo di questo problema, formulò delle indicazioni molto chiare per i prigionieri: 1) i topi abbandonano la nave per primi, e il capitano per ultimo; 2) proprio perché erano in prigione stavano facendo un grande lavoro per la Charta; 3) se una persona rinuncia a portare fino in fondo ciò che ha iniziato, questo di norma ha delle conseguenze molto pericolose su tutto il resto della sua vita. Disse anche che “l’eventuale partenza di Havel avrebbe avuto delle conseguenze gravi sul senso morale degli altri dissidenti e avrebbe distrutto l’autorità morale di cui godeva in quell’ambiente; secondo lei, per il lavoro che stava facendo quando era stato arrestato nel 1977, la partenza di Havel sarebbe stata considerata un tradimento”.

Penso che Vaclav (e Olga) avessero questa stessa filosofia. Nel marzo 1982 Vaclav scrisse a Olga che grazie alla prigione poteva provare “a me stesso, a quelli che mi circondano e a Dio di non essere un pagliaccio, come forse hanno pensato alcuni (…), che alle mie parole seguono i fatti”. In ultima analisi si trattava proprio di questo: “essere e rimanere me stesso anche qui, e soprattutto qui”.



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