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LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

X − Vivere nella verità può sembrare una formula patetica, ma a quei tempi non c’era molto spazio per il pathos. Si correva continuamente da tutte le parti, si parlava senza fine, c’erano molti problemi con i servizi segreti e solo raramente avevamo la sensazione di vivere da uomini liberi. Eppure anche questa sorta di sotto cultura dissidente aveva le sue trappole. Havel sapeva, e lo scrisse, che anche lo status di dissidente può portare al conformismo attraverso comportamenti da pecora all’interno del proprio stesso ambiente, a demonizzare il nemico (ad esempio i comunisti) e ad angelicare se stessi. Lui non vedeva il nemico nei comunisti, ma nel sistema comunista.

Guardava lucidamente ai comunisti: ricordava sia la loro opposizione alla capitolazione di Benes nel 1938, sia il colpo di stato del 1948, quando Gottwald distrusse lo spirito democratico della repubblica. Riteneva normale che alcuni di loro fossero fra i firmatari di Charta ’77, di alcuni aveva un rispetto enorme, basta leggere il suo bellissimo saggio su Frantisek Kriegel, ebreo di Stanislavov, comunista prima della guerra, medico, volontario nella guerra civile spagnola, poi funzionario di partito ed infine uno dei riformatori della Primavera di Praga. Nell’agosto del 1968 a Mosca, Kriegel fu l’unico membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Cecoslovacco a rifiutarsi di firmare la dichiarazione della sconfitta. “Salvò l’onore della repubblica cecoslovacca”, ha scritto di lui Havel.

Vedeva in Kriegel una figura tragica. Era un uomo che sapeva sempre “che cosa è bene e che cosa è abbietto”, che cosa sono “l’onore e il tradimento”. “Come ha potuto un uomo come lui rimanere dentro un movimento che, quando ne ha avuto bisogno, ha violentato i sentimenti degli uomini e il buon senso e li ha ritenuti una congerie di pregiudizi e menzogne?” – si è chiesto Havel. Come ha potuto decidere di contribuire al rafforzamento del potere del partito comunista?

La tragicità della figura di Kriegel sta nel suo essere stato contemporaneamente un uomo di coscienza e un uomo di fede. All’inizio c’era stata la fede in un’ideologia “che riesce a giustificare il male presente con la visione utopica di un futuro luminoso, anche se lontano”; poi venne la fede nella democratizzazione del sistema comunista. Kriegel non rinnegò mai la sua fede nel “socialismo dal volto umano”.

Ha scritto Havel: “I tragici paradossi che vedo nel destino di Kriegel non sono solo i suoi, e neppure solo dei comunisti”. Secondo Havel sono “i paradossi fondamentali del nostro tempo”. E si chiede: “Chi ha veramente un cuore puro e uno spirito indipendente, ed è determinato a farsi guidare solo da essi, potrà mai conquistare un vero potere in un mondo dominato da  interessi di parte, da passioni irrazionali, dal «realismo politico», da poteri ideologici e da ribellioni cieche, in una parola, potrà mai conquistare il potere nel caos della civiltà contemporanea? O non ha altra possibilità se non quella di cedere, per un compromesso dettato dal realismo o per una fede idealistica, a ciò in cui il mondo ripone la propria fiducia, a ciò che, forse, in un primo momento, sembra corrispondere alla sua coscienza, ma che in ogni istante può rivoltarsi contro di essa?”

No, Havel non è mai stato “un cavernicolo anticomunista”; per lui ogni uomo era un mondo a parte degno di una giusta considerazione. In tal modo egli ha creato un particolare modello di ethos del dissidente.

Una volta ha scritto che il “dissidente” è simile a Sisifo, che spinge in alto la sua pietra “pur sapendo che le possibilità di raggiungere la cima della montagna sono quasi nulle, la spinge semplicemente perché non ha altra possibilità per essere in sintonia con se stesso e per dare, almeno in questo modo, un senso alla propria vita e scoprire così l’orizzonte della speranza”.

Ritengo che per i miei amici dissidenti, ed anche per me, questa filosofia di vita del dissidente fosse sufficiente. Ad Havel non bastava. Egli lottava non solo contro la dittatura comunista, ma anche contro il male della civiltà contemporanea. Ha scritto: “Ogni tentativo di rinchiudere nelle mani dell’uomo tutta la natura e di deriderne il mistero, in poche parole, di far fuori Dio e di fingere di essere Dio, dovrà prendersi la sua vendetta sull’uomo. (…) Semplicemente: l’uomo non è Dio”.

Questo non lo ha scritto il dissidente politico, ma l’homo religiosus che si occupa di filosofia, cosa che Havel in fondo è sempre stato.



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