BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Havel, la vera politica apre la domanda sul senso della vita

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

Havel rifiutava la concezione atea del mondo. Il protagonista della sua opera La tentazione (alter ego dell’autore) dice: “Quando l’uomo scaccia Dio dal proprio cuore, apre la porta al diavolo. Quell’immensa opera che è stata l’Olocausto, insieme all’ottusa arroganza del potere e all’ottusa obbedienza dei senza potere, quell’opera che è stata l’Olocausto realizzata sotto le bandiere della scienza – e anche noi siamo i grotteschi alfieri di quelle bandiere – non è forse un’opera diabolica? Sappiamo bene che il diavolo è il maestro del travestimento. E possiamo forse immaginare un travestimento migliore di quello che propone il laicismo contemporaneo? Per il diavolo, il miglior spazio di manovra deve essere proprio là dove si è smesso di credere nel diavolo!”.

A proposito della propria religiosità, Havel scrive ad Olga: “La fede per me è semplicemente un certo stato dell’animo, uno stato di continua apertura costruttiva, di continua domanda, di bisogno continuo e (…) immediato «di fare esperienza del mondo», e quindi la fede non mi raggiunge sgorgando da un oggetto concreto che sta al di fuori di me”.

In un’altra lettera precisa: “Sicuramente non sono né un vero cristiano, né un buon cattolico (come tanti miei buoni amici), per molti e svariati motivi, ad esempio perché non presto alcun culto a questo mio dio e anzi non capisco per quale motivo dovrei farlo. Quello che il mio dio è – l’orizzonte senza cui nulla avrebbe senso e non ci sarei neppure io – lo è per sua natura e quindi non grazie ad un qualche suo gesto eroico che meriti un gesto di culto da parte mia (…). Accolgo la Buona Novella di Cristo come sfida a cercare la propria strada”.

E infine collega tutto questo alla politica. Cerca “la genesi dello stato contemporaneo e del potere politico contemporaneo” nel momento in cui “la ragione comincia a svincolarsi dall’uomo, dalla sua esperienza personale, dalla sua coscienza e dalla sua responsabilità personale, e quindi anche da ciò a cui ogni responsabilità personale fa inevitabilmente riferimento all’interno del mondo naturale, cioè dall’orizzonte del suo assoluto”.

In altre parole, Havel da un lato ha smascherato il marxismo-leninismo, in cui vedeva una para-religione che offriva all’uomo una risposta pronta a tutte le domande, e dall’altro rispettava, e a modo suo professava, la religione, che impone di essere umili davanti al Mistero.

Guardava così anche alla morte: “la consapevolezza della morte è alla base di ogni volontà di vita veramente umana, cioè cosciente (…). Se viviamo, nonostante la coscienza della nostra inevitabile morte, e di più,  se viviamo da uomini, cioè in modo dignitoso e consapevole, questo è possibile solo grazie ad una forte esperienza interiore della presenza dell’orizzonte assoluto dell’esistenza, e all’origine di questa percezione c’è proprio la consapevolezza della morte”.

Molti anni dopo, nel dicembre 2005, annotò: “Cerco continuamente di essere pronto per il Giudizio Finale. Per il giudizio di fronte al quale nulla resterà celato, che giudicherà tutto (…). Però, perché per me è così importante il giudizio ultimo? In fondo, a quel punto potrebbe essermi del tutto indifferente. Ecco, non mi è indifferente perché sono convinto che la mia esistenza, come tutto ciò che è accaduto, ha fatto increspare la superficie dell’essere, che, ormai è, e rimarrà per sempre, diverso da prima, dopo questo moto d’onda provocato da me, per quanto sia stato marginale, insignificante e fuggevole”.

Vaclav Havel, che secondo le sue stesse parole era “figlio della borghesia, operaio, soldato, montatore di scena, autore di teatro, dissidente, carcerato, presidente, pensionato, fenomeno pubblico ed eremita, supposto eroe e segreto codardo”, credeva che sarebbe “rimasto qui per sempre”. Nel 1986 disse che “è meglio non vivere affatto, che vivere senza onore”. Per questo ha sempre vissuto, e vive, con onore. Come molti altri.

Si chiese se sarebbe stato possibile “mettere la morale davanti alla politica e la responsabilità davanti alla rincorsa del fine, restituire significato alla comunità umana, e contenuto all’esistenza dell’uomo.”

Queste domande non hanno mai abbandonato Havel.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >